
“Mio figlio se ha sbagliato deve pagare per quello che ha fatto. Ma non è la tortura e le continue aggressione che gli fanno comprendere quello che ha fatto”. È lo sfogo che arriva dal padre di un giovanissimo di 14 anni, uno dei tre finiti dietro le sbarre per violenza sessuale aggravata ai danni di una dodicenne. Il minore sarebbe stato torturato e pestato di botte nel carcere minorile di Roma dove era stato rinchiuso lo scorso 24 ottobre su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Roberto Ferrari. Un gruppo di detenuti lo hanno preso a calci e pugni, colpendolo perfino con una spatola di ferro, sfregiandogli il volto e provocandogli lesioni al petto e alle braccia. Il giovanissimo non ha avuto bisogno delle cure ospedaliere ma è stato medicato dall’infermeria del carcere i segni dell’aggressione sono ancora evidenti. Si tratta del quarto pestaggio che subisce nel giro di un mese tanto che il padre, questa mattina, ha presentato una denuncia indirizzata al procuratore della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, per i reati di lesioni aggravate, minaccia, omissione d’atti d’ufficio e tortura. Dalla denuncia infatti si evince che il ragazzino sarebbe stato lasciato per giorni senza viveri e senza indumenti dopo essere stato derubato. Un trattamento che il padre definisce inumano e contrario ai principi costituzionali. “Non posso vedere mio figlio ridotto in queste condizioni. C’è una giustizia che farà il suo corso e al momento parliamo di un’indagine che non è ancora chiusa. Il carcere serve per rieducare, ammesso che mio figlio sia colpevole, non per morire”- aggiunge il genitore che ha chiesto ai militari di indagare sulle aggressioni in carcere e sui trattamenti ricevuti poiché, a suo dire, starebbero compromettendo in modo evidente lo sviluppo psico-fisico del figlio minore. Sulla vicenda indaga la squadra anticrimine del commissariato di polizia. “La tortura è un retaggio medievale. Sul punto evito ogni ulteriore commento”- afferma l’avvocato difensore Alessandro Margiotta. In carcere erano stati rinchiusi anche il 17enne e l’unico maggiorenne dei tre. L’accusa è di violenza sessuale, produzione di materiale pornografico, atti sessuali con minorenne e atti persecutori. Le accuse a vario titolo per i tre giovanissimi che si trovano dietro le sbarre, sono di violenza sessuale aggravata in concorso, atti sessuali con minorenne, atti persecutori e produzione di materiale pedopornografico. La ragazzina, secondo l’accusa, sarebbe stata abusata e filmata prima dal 14enne e poi al 18enne in concorso con il 17enne. Quando il video era finito sulla chat di gruppo, la dodicenne aveva chiamato il numero di emergenza 114, riservato alle vittime di abusi. Poi il racconto con gli esperti e i carabinieri che aveva portato agli arresti che erano scattati lo scorso 24 ottobre. Prosegue intanto l’indagine dei militari per valutare la posizione di decine e decine di persone che, dopo aver ricevuto uno dei filmati incriminati, lo avrebbero inoltrato, incappando nel reato del revenge porn.









