
Che il caso di Sulmona sia emblematico nell’inchiesta condotta dalla procura distrettuale antimafia di Roma lo si evince dagli atti. Lo fa capire anche il giudice per le indagini preliminari del tribunale capitolino che ieri ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per diciotto persone, sedici in carcere e due domiciliari, molto vicine al clin senese. Tra i diciotto ci sono anche gli autori del sequestro di persona avvenuto a Sulmona nel febbraio 2021. Era il pomeriggio di carnevale quel giorno. Ma non era uno scherzo. Uno degli episodi più duri finiti nell’inchiesta riguarda proprio il padre di un 43enne, rapito a Sulmona e portato in un’abitazione isolata nell’area compresa nel percorso criminale Abruzzo-Lazio. L’uomo era stato minacciato con una pistola alla testa e costretto a inviare messaggi al figlio per ottenere la restituzione di 200 mila euro spariti da una partita di hashish. Per tale episodio l’avviso di garanzia è arrivato anche al figlio 43enne, per essere stato il mediatore della partita di droga di 40 kg di hashisc. Non è l’unico caso. Un intermediario marocchino, attivo in Spagna, sarebbe stato minacciato di morte per il recupero di 50 mila euro versati per un carico mai arrivato. A Roma, invece, un pusher insolvente sarebbe stato sequestrato e pestato brutalmente dentro una chiesa, con calci, pugni e colpi inferti usando il calcio di una pistola, fino alla consegna di 35 mila euro. Questi numeri raccontano il lato economico della vicenda, ma anche il metodo. La droga genera debiti, i debiti generano vendette, le vendette servono a mantenere la reputazione criminale. In questo circuito, la paura diventa una moneta. Non basta incassare: bisogna dimostrare di poter punire chiunque venga considerato inaffidabile. Un episodio emblematico riguarda il sequestro del padre di un intermediario, rapito a Sulmona e tenuto prigioniero tra Lazio e Abruzzo, minacciato con una pistola per recuperare 200.000 euro. Nell’ordinanza di 204 pagine il giudice Tarantino rileva che «sussiste il pericolo, concreto e attuale di reiterazione di reati della stessa specie di quelli per cui si procede e di gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale, ovvero delitti in materia di criminalità organizzata.»
La giudice ha inoltre sottolineato: «Per le specifiche modalità e circostanze dei fatti, abituali e reiterati nel tempo, e per la loro gravità , nonché per la personalità pericolosa degli indagati […], desunta sia dai loro comportamenti tenuti in occasione dei fatti per cui si procede, che dai loro precedenti penali, si ritiene sussistente il concreto e attuale pericolo che gli indagati perseverino in altre azioni delittuose e condotte analoghe a quelle contestate, in particolare reati in materia di stupefacenti, contro il patrimonio, nonché gravi reati con violenza alla persona e uso di armi.»































