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Una sorta di corridoi riservati alla fauna selvatica che, sotto o sopra le grandi arterie stradali, offrono un efficace bypass di sopravvivenza all’animale, ma permettono anche di salvare l’uomo evitando molti incidenti autostradali. Sono questi alcuni accorgimenti suggeriti dagli ambientalisti all’indomani della morte dell’orso Carrito. Secondo gli addetti ai lavori le misure prese fin qui sono del tutto insufficienti. E intanto sulla morte dell’orso più famoso al mondo interviene anche Legambiente: “Non di sola conservazione ci si deve occupare nella gestione degli orsi, ma anche di strade, di rifiuti, e di comportamenti umani. Serve un nuovo patto tra parchi e comunità locali e accelerare sulla messa in sicurezza delle infrastrutture a partire dalle strade con interventi di road ecology”. Juan Carrito l’orso bruno marsicano più raccontato dai media negli ultimi anni, secondo la ricostruzione dei fatti, è stato travolto e ucciso da un’auto lungo la strada statale 17 all’altezza di Castel di Sangro in provincia dell’Aquila. È morto su una strada che collega il Parco nazionale della Maiella e il Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, le due aree protette che in questi anni si sono presi cura del plantigrado che, per i suoi comportamenti confidenti, era osservato e monitorato dai tecnici dei due parchi e di quelli della Riserva regionale Monte Genzana Alto Gizio nei pressi della quale era nato da una cucciolata di quattro orsi partoriti dall’orsa Amarena. Per Legambiente la morte dell’orso Carrito apre nuovamente una importante riflessione sulla conservazione e gestione di questa specie, legata anche ai comportamenti umani, alla gestione dei rifiuti e alla messa in sicurezza delle infrastrutture a partire dalle strade con interventi di road ecology.

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