
L’AQUILA – Il progetto di ricostruzione dell’ex stabilimento della Zecca, lungo Strada Vicinale dell’Aterno, riaccende il dibattito sul rapporto tra urbanistica e tutela dei corsi d’acqua. L’intervento, finanziato nell’ambito della ricostruzione privata post-sisma con un contributo di 59,7 milioni di euro (fonte USRA – Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila), riguarda uno dei complessi industriali più significativi per storia e collocazione: un’area che sorge nel punto in cui il Vetoio incontra il fiume Aterno, immersa tra gli orti storici del Borgo Rivera e la collina di Roio. Secondo il WWF Abruzzo, che nel mese di settembre ha effettuato un accesso agli atti presso l’USRA per esaminare gli elaborati progettuali, la ricostruzione appare tuttavia come una semplice operazione di riqualificazione architettonica, senza un reale ripensamento della relazione tra edifici e contesto fluviale. Tra gli elementi positivi rilevati, l’associazione segnala l’installazione prevista di pannelli fotovoltaici sulle coperture, ma sottolinea allo stesso tempo come la scelta di mantenere inalterata l’estensione e la posizione degli immobili rappresenti un’occasione mancata in un’area ad elevata pericolosità idraulica. La zona ricade infatti nella fascia di rispetto prevista dalla Legge 431/85 e nelle aree a rischio elevato del Piano Stralcio Difesa Alluvioni della Regione Abruzzo, come riportato nella relazione geologica allegata al progetto. Alla luce dell’aumento degli eventi meteorologici estremi e delle alluvioni connesse ai cambiamenti climatici, osserva il WWF, continuare a costruire lungo gli alvei fluviali significa incrementare l’esposizione al pericolo anziché ridurla. L’associazione richiama inoltre le nuove direttive europee: la Nature Restoration Regulation 2024/1991, approvata ad agosto 2024, prevede il ripristino della naturalità e dello scorrimento libero su 25.000 km di fiumi entro il 2030. Una riduzione delle superfici edificabili nell’ex complesso industriale, accompagnata da rinaturalizzazione delle sponde e inserimento di vegetazione ripariale, sarebbe stata – secondo il WWF – un modo per allineare il progetto alla strategia europea e ai Piani nazionali di ripristino che l’Italia dovrà presentare entro settembre 2026. Non meno rilevante il richiamo al Contratto di Fiume dell’Aterno, sottoscritto dal Comune dell’Aquila nel 2015, che pone al centro la “cultura del fiume”, la partecipazione dei cittadini e la mitigazione del rischio idraulico. Da qui l’appello a una discussione pubblica preliminare con comunità, associazioni e professionisti del settore, in nome di una gestione realmente condivisa della risorsa fluviale. La polemica si lega anche a episodi recenti, come il taglio di salici e alberi di grandi dimensioni lungo il Vetoio in via Mulino di Pile, decisione motivata con generiche ragioni di sicurezza e contestata da più realtà ambientaliste. Per il WWF, questi segnali indicano che la strada verso una vera sostenibilità nella gestione degli ecosistemi fluviali è ancora lunga e che la ricostruzione post-sisma non può continuare a replicare logiche del passato. “Anche quando si tratta di interventi privati – conclude Francesco Cerasoli, del Direttivo WWF Abruzzo Montano – la politica deve assumersi la responsabilità di guidare le scelte affinché la ricostruzione non significhi soltanto riedificare, ma riconnettere la città con il suo ambiente naturale, rendendola più sicura e resiliente”.









