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SULMONA – Si è sentita male in casa, accasciandosi improvvisamente, probabilmente a causa di un malore. Così i familiari l’hanno accompagnata al pronto soccorso del locale nosocomio con i mezzi propri ma per il ricovero ci sono volute 15 lunghissime ore di attesa. Protagonista della disavventura, che ha dell’incredibile, e’ un’anziana ultraottantenne, domiciliata in un centro della Valle del Sagittario, attualmente degente presso il reparto Utic Cardiologia. L’anziana è stata presa in carico alle 10:30 dello scorso 6 settembre in pronto soccorso ed è stata sottoposta agli accertamenti sanitari di routine. Prima l’ecg e poi gli esami ematici. La lunga attesa si è protratta fino all’una di notte del 7 settembre, all’esito della consulenza cardiologia, che ha spinto i sanitari a tenerla sotto osservazione per controllare i valori. Fu sera e fu mattina. Quindici ore. Un arco temporale inaccettabile che fa emergere le criticità e le difficoltà del sistema legate alla carenza di personale e non solo. L’azienda sanitaria, nel post-emergenza, ha reclutato dei sanitari in pensione per dare manforte al reparto. Questi ultimi tuttavia, almeno alcuni di loro, mantengono dei tempi di diagnosi differenti e diluiti nel tempo. A questo va aggiunta, come detto, la carenza di personale e anche l’intasamento del pronto soccorso dovuto alle prestazioni futili anche per la carenza di diagnosi sul territorio. Ritmi di lavoro intensi ed estenuanti anche negli altri reparti. Ed ecco che tra prestazioni programmate, consulenze ed emergenze, talvolta non si arriva ad assecondare le esigenze dell’utenza. Non appare dignitoso che un malato debba rimanere appeso ad una sala d’aspetto elemosinando cure ed assistenza sanitaria. D’altro canto il personale sanitario cerca di fare quello che può ma i problemi sono a monte. Forse è il caso che chi parla di sanità si faccia un giro tra ospedali e strutture. Perché il tempo delle “passerelle” e delle ricognizioni prima o poi deve finire.

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