
“Siamo in guerra”. Non si riferiva allo scenario internazionale ma alla commessa di 29 anni che aveva molestato, palpeggiato e minacciato di morte. Per aver violato i divieti e per aver generato uno stato d’ansia nella persona offesa L D.S, 60enne noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato dalla squadra anticrimine del commissariato di polizia, guidato dal vice questore Rosa D’Amelio. La polizia gli ha notificato l’ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Sulmona Emanuele Lucchini che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Stefano Iafolla e ha disposto gli arresti domiciliari, aggravando la misura del divieto di avvicinamento. I fatti risalgono allo scorso 5 maggio quando, mentre la donna si stava recando allo sportello bancomat dei portici di via De Nino, il 60enne l’avrebbe sfidata urlando “siamo in guerra”. A quel punto la 29enne ha chiamato il numero unico di emergenza. Alla vista degli agenti di polizia, il 60enne si è allontanato con la bici verso la sua abitazione passando per il ponte Capograssi. L’uomo, che era in stato di alterazione per abuso di alcol, è già imputato per violenza sessuale ed è accusato di aver palpeggiato e molestato la donna in tre occasioni dal marzo all’aprile 2025. La 29enne aveva confermato le accuse davanti ai giudici nelle scorse settimane con la deposizione resa nel corso del processo. “Dopo un anno che veniva nel negozio e tentata un approccio, mi aveva stretto forte al seno, procurandomi delle ecchimosi”- aveva detto la donna al collegio del tribunale. I due si sono quindi incrociati di nuovo sotto ai portici di via De Nino. La vittima, viste le parole pronunciate dal 60enne in atteggiamento di sfida, avrebbe accusato uno stato d’ansia, presentando una nuova denuncia alla polizia che ha portato il giudice a decidere per gli arresti. “L’uomo ha concretamente dimostrato, con il proprio comportamento, la stringente attualità del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole di quelli per i quali si procede”- scrive il gip nell’ordinanza, ritenendo inidonea la misura del divieto di avvicinamento a duecento metri. Da qui gli arresti domiciliari


































