
Dalla fatica del cammino alla forza del corpo e dello spirito: il viaggio di Ciro Pace sulle orme di San Francesco
Duecentottanta chilometri a piedi, dieci giorni di cammino, pioggia continua, freddo, salite impegnative e un dolore al ginocchio diventato sempre più intenso tappa dopo tappa. Ma lungo il percorso che da Roma conduce ad Assisi, Ciro Pace non ha affrontato soltanto una sfida fisica. Ha vissuto un’esperienza capace di unire spiritualità, resistenza mentale e preparazione atletica, trasformando il pellegrinaggio francescano in una vera lezione di vita.

Il cammino è iniziato da Roma con uno zaino essenziale sulle spalle e una convinzione forte nel cuore: affrontare il viaggio con lo spirito di semplicità e sacrificio insegnato da San Francesco. Fin dalle prime tappe verso Rieti, il corpo è stato messo a dura prova. Pioggia e vento hanno rallentato il passo e la fatica muscolare iniziava a farsi sentire.

In esperienze come questa, spiega Mauro Cianfaglione,che ha seguito Ciro sotto l’aspetto dalla performance sportiva, la gestione dell’energia quotidiana diventa fondamentale tanto quanto la forza mentale. Camminare per oltre venticinque chilometri al giorno richiede infatti un equilibrio preciso tra alimentazione, recupero e idratazione. Ciro ha imparato presto che il corpo, quando viene ascoltato, riesce ad adattarsi anche alle condizioni più difficili.

Da Rieti verso Poggio Bustone il viaggio ha assunto un significato ancora più profondo. Tra i monti reatini e il silenzio dei boschi francescani, Ciro ha trovato non solo raccoglimento spirituale, ma anche una nuova consapevolezza fisica. Ogni salita imponeva controllo del respiro, gestione dello sforzo e concentrazione mentale. Il cammino diventava così un allenamento naturale di resistenza, capace di mettere in sintonia corpo e mente.
La discesa verso Piediluco e Marmore ha rappresentato uno dei momenti più difficili. Il dolore al ginocchio aumentava e ogni passo sembrava pesare il doppio. Eppure proprio nelle difficoltà emerge spesso la vera capacità di adattamento dell’essere umano. Secondo l’approccio alla preparazione fisica sostenibile promosso da Mauro Cianfaglione, la differenza non la fa soltanto la prestazione atletica, ma la capacità di ascoltare il corpo, rallentare quando serve e alimentarsi in modo corretto per evitare il crollo energetico (anche se parliamo di una persona dotata di straordinarie capacità naturali di adattamento e resistenza alla fame).
Tra Arrone e Ceselli il pellegrinaggio ha assunto il volto autentico dell’umanità. Persone incontrate lungo la strada hanno offerto acqua, frutta fresca, un riparo dalla pioggia o semplicemente parole di incoraggiamento. Piccoli gesti che hanno avuto un valore enorme per chi affrontava giornate intere di cammino con poche ore di sonno e un dispendio calorico elevatissimo.

“Quando cammini così a lungo – ha raccontato Ciro – capisci che il corpo ha bisogno di poco, ma quel poco deve essere vero: acqua, cibo semplice, riposo e persone sincere”.
L’arrivo a Spoleto ha segnato quasi una rinascita. Dopo giorni di fatica, il fisico sembrava aver trovato un nuovo equilibrio. Le gambe, nonostante il dolore, rispondevano meglio allo sforzo grazie al ritmo costante e all’adattamento progressivo. Un principio tipico degli sport di endurance: il corpo umano, se sostenuto correttamente da alimentazione e recupero, sviluppa risorse spesso inaspettate.
Da Campello sul Clitunno fino alla Fascia Olivata, il viaggio si è trasformato in una dimensione quasi contemplativa. Gli ulivi secolari, il silenzio dei sentieri e la natura incontaminata hanno favorito un benessere psicofisico profondo. In questo tratto, l’esperienza sportiva si è intrecciata completamente con quella spirituale. Respirazione lenta, battito regolare, alimentazione leggera e contatto continuo con la natura hanno creato una condizione di equilibrio raro.

Davanti all’Olivo di Sant’Emiliano, a Bovara di Trevi, uno degli alberi più antichi d’Italia, Ciro si è fermato in silenzio. “Davanti a quell’albero – ha detto – ho percepito il tempo in modo diverso. Ho capito che la vera forza è il saper resistere senza perdere sé stessi”.

Anche negli ultimi chilometri verso Spello e Assisi, quando la stanchezza accumulata diventava pesante, il cammino ha continuato a insegnare una disciplina semplice ma fondamentale: ascoltare il corpo senza smettere di credere nella meta. Una filosofia molto vicina alla cultura della performance sostenibile, dove alimentazione equilibrata, recupero e resilienza mentale diventano strumenti quotidiani di benessere.

Infine Assisi. L’ingresso nella città di San Francesco ha avuto il valore di una conquista interiore ancora prima che fisica. Dopo dieci giorni di sacrifici, dolore al ginocchio e pioggia, Ciro Pace è arrivato con uno sguardo diverso. Non era soltanto un uomo che aveva concluso un pellegrinaggio. Era un viandante trasformato dall’esperienza.

Questo viaggio racconta molto più di una semplice impresa a piedi. Racconta quanto il movimento, la spiritualità e uno stile di vita essenziale possano restituire equilibrio all’essere umano. Camminare, nutrirsi in modo sano, rispettare il proprio corpo e condividere il percorso con gli altri diventano strumenti concreti per ritrovare serenità.

Ed è forse proprio questo il messaggio più forte lasciato dal cammino di Ciro Pace: la felicità non nasce dall’eccesso, ma dall’armonia tra corpo, mente e spirito.

A Santa Maria degli Angeli, a testimonianza del valore dell’accoglienza lungo il percorso, Ciro è stato ospitato da Silvana Pacchiarotti, presidente dell’associazione Punto Rosa, da Antonio Russo, presidente del Piatto di Sant’Antonio, e da suor Alma dell’ordine delle Suore Francescane fondato dalla beata Barbara Micarelli. Un legame che riporta anche a Pratola Peligna, dove si conserva il celebre manto realizzato dalla Micarelli per la Madonna della Libera, simbolo di una tradizione che continua ancora oggi a unire fede, solidarietà e umanità.
































