
Dalle Farchie alla Giostra: Aya Asami, la voce giapponese che racconta l’Abruzzo
Quando Aya Asami pronuncia la parolaAbruzzo, il suo sguardo cambia. Si illumina di una nostalgia dolce, di quelle che non fanno male ma scaldano il cuore. «Anche la prima volta che ci sono stata», racconta, «ho provato una sensazione di familiarità, come se ci fossi già stata in un’altra vita».
Aya è giapponese, vive a Tokyo, una delle metropoli più efficienti e frenetiche del mondo. Eppure, la sua seconda casa è qui, tra le montagne e il mare dell’Abruzzo, dove ha trascorso lunghi periodi della sua vita e dove ha trovato qualcosa che credeva perduto: la semplicità, la lentezza, il calore umano.


Cresciuta in un Giappone rurale, circondata da natura, parenti e vicini, Aya riconosce nell’Abruzzo un’eco della sua infanzia. «Da bambina tutto questo mi sembrava normale, a volte persino scomodo. Poi, vivendo a Tokyo, ho iniziato a sentire una certa solitudine, senza accorgermene».
In Abruzzo, invece, ritrova un ritmo umano, un respiro più largo. «È come un ritiro spirituale. Le montagne, il mare, il cielo immenso… lì sento una pace profonda, come se potessi percepire più da vicino la presenza di Dio».

Il suo legame con l’Abruzzo nasce in modo inatteso: dal fan club giapponese di Jarno Trulli, ex pilota di Formula 1. All’inizio degli anni 2000, in Giappone i piloti erano considerati celebrità irraggiungibili. Trulli, invece, salutava ogni fan come un amico.
Quando vinse il Gran Premio di Monaco, Aya lesse un articolo che raccontava le sue origini: una famiglia normale, una comunità che lo aveva sostenuto fin dall’inizio. «Volevo conoscere quelle persone, vedere con i miei occhi l’ambiente che aveva formato la sua umanità».
Così, nel 2004, arrivò per la prima volta a Tollo. E fu amore immediato.
Aya descrive l’accoglienza abruzzese come qualcosa di unico. In Giappone, l’ospite è sacro, ma tutto viene preparato, organizzato, perfezionato. In Abruzzo, invece, l’ospitalità è spontanea, quotidiana.
«Mi dicevano: “Io vado al lavoro, ma tu fai come se fossi a casa tua”. Dopo qualche visita iniziavano a chiedermi di dare da mangiare al cane o annaffiare i fiori. È così che si fa con la famiglia».
Non invadenti, non distanti: quella giusta distanza che solo i legami veri sanno mantenere. «A un certo punto mi sentivo più me stessa nelle case degli amici abruzzesi che nel mio appartamento di Tokyo».
Il rapporto di Aya con l’Abruzzo passa anche attraverso le tradizioni. Nel 2015 ha partecipato alla Giostra Cavalleresca di Sulmona indossando un costume medievale. Un’esperienza che definisce «vivissima e preziosa».
Ma il suo legame più profondo è con leFarchie di Fara Filiorum Petri, a cui ha partecipato ogni anno.

Le gigantesche torce che bruciano sono uno spettacolo impressionante, ma ciò che la commuove è altro: «Vedere un’intera comunità unirsi, dagli anziani ai giovani, ognuno con un ruolo tramandato da generazioni… anche chi vive lontano torna apposta. È un’identità radicata, meravigliosa».
Attraverso le persone, le tradizioni, la lentezza, Aya ha ritrovato una parte profonda di sé. «Ho capito cose che desideravo da sempre senza esserne consapevole. L’Abruzzo mi ha donato una ricchezza interiore immensa, un senso di leggerezza e libertà».
Per questo oggi sente un desiderio forte:trasmettere ai giovani giapponesi la gentilezza, l’autenticità e la bellezza dell’Abruzzo.
Sta già pensando, insieme ai suoi amici abruzzesi, a come creare occasioni di incontro, scambio e scoperta. Perché ciò che ha ricevuto, dice, «merita di essere condiviso».
La storia di Aya Asami è la storia di un ponte tra due mondi. Un ponte fatto di emozioni, di comunità, di tradizioni che parlano un linguaggio universale.
È la prova che l’Abruzzo non è solo un luogo: è un modo di vivere. E chi lo incontra davvero, spesso, non lo lascia più.


































