
Tra guerre irrisolte e diplomazie incerte: le faglie del disordine globale
30.12.2025 – 18.25 – Premessa – Come ben sappiamo, mentre si sta chiudendo il 2025, il mondo continua a essere attraversato da numerose crisi, tensioni e conflitti,tra cui ricordiamo la guerra dimenticata in Sudan, le crisi in Libano e Siria, il conflitto latente in Yemen, la crisi in Venezuela, la perenne crisi in Somalia, il conflitto tra Thailandia e Cambogia, le altalenanti tensioni tra Ruanda, Congo, Uganda e Burundi, le cicliche crisi nel nord della Nigeria, le continue difficoltà in Sierra Leone e Liberia, nonché la presenza di diverse reti terroristiche e criminalinella vasta regione africana del Sahel. Tuttavia, la non risoluzione del conflitto in Ucraina e l’incerto futuro di Gaza e della realtà palestinese rimangono le due ferite maggiormente esposte e delicate, perché inserite in un mondo in rapido cambiamento, in cui gli antichi equilibri geopolitici si stanno progressivamente sgretolando.
La crisi ucraina

Mentre assistevamo solo pochi giorni or sono alla conferenza stampa tra Trump e Zelensky a Mar-a-Lago, in Florida, dove l’antica baldanza del presidente ucraino era sembrata essere solo un ricordo sbiadito, sono giunte improvvisamente notizie da Mosca decisamente sbalorditive. Le scarne frasi del ministro degli Esteri russo, espresse attraverso un freddo comunicato, affermavano infatti che: «Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, il regime di Kiev ha lanciato un attacco terroristico con 91 droni a lungo raggio (UAV) contro la residenza di Stato del presidente della Federazione Russa, nella regione di Novgorod. Tutti i droni sono stati distrutti dai sistemi di difesa aerea delle Forze armate russe. Non sono state segnalate vittime o danni. In particolare, l’attacco è stato effettuato durante gli intensi colloqui per risolvere il conflitto ucraino tra Russia e Stati Uniti. Tali azioni sconsiderate non rimarranno senza risposta. Le Forze armate russe hanno già selezionato obiettivi e tempi per gli attacchi di rappresaglia. Nonostante questo attacco, non abbiamo intenzione di ritirarci dai negoziati con gli Stati Uniti. Tuttavia, data la grave degenerazione del regime criminale di Kiev, che ha adottato una politica di terrorismo di Stato, la posizione negoziale della Russia sarà rivista».
Nelle cancellerie occidentali abbiamo assistito a reazioni diverse: incredulità, stupore, rabbia. C’è chi parla di atti di terrorismo, altri di fake news. In tale contesto, le successive conversazioni tra Putin e Trump, anche in relazione al presunto attacco terroristico contro la residenza del presidente della Russia, oltre a suscitare stupore e incredulità in Trump, potrebbero determinare un irrigidimento russo sulle possibili condizioni di pace e, aspetto sottostimato dai media europei, la possibile decisione del Cremlino di discutere la fine del conflittocon l’Ucraina esclusivamente con Washington. Diversi opinionisti, ritenendo con “totale certezza” che l’episodio denunciato da Mosca rappresentasse unicamente una mossa di disinformazione, hanno parlato di una Russia ancorata alla vetera politica estera sovietica di Gromyko, spesso dimenticando la complessità storica di quel periodo e ignorando la figura di Gromyko, estremamente pragmatico e, peraltro, stimato dallo stesso Kissinger. Non a caso Kissinger, parlando dell’alto diplomatico sovietico, era solito affermare: «Negoziare senza conoscere ogni dettaglio del dossier equivale a un suicidio».
Andiamo oltre.
Attualmente, i due maggiori nodi da sciogliere per poter giungere a una pace possibile sembrano essere rappresentati dalla futura gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhya, la più grande d’Europa, sita nel sud dell’Ucraina e attualmente in territorio occupato dai russi, e dalla sovranità del Donbas, regione dell’Ucraina orientale formata da Donetsk e Luhansk, che è rivendicata per intero dalla Russia, includendo anche la parte ancora sotto controllo ucraino. Tuttavia, sembra che, durante i colloqui a Mar-a-Lago, l’Ucraina abbia parzialmente condiviso, obtorto collo, le future garanzie di sicurezza offerte da Washington e abbia accettato di rinunciare all’ingresso nella NATO. Se quanto trapelato risultasse realmente vero, vi sarebbero autentici margini per una futura pace, una pace possibile. Tuttavia, rimangono aperti numerosi interrogativi, tra cui: Il nodo della futura ricostruzione dell’immensa Ucraina, dove, ricordiamo, la popolazione è sostanzialmente dimezzata, passando dai 50 milioni all’indipendenza agli attuali 25 milioni scarsi.
La corruzione dilagante. Le ultime operazioni di polizia a Kiev contro altri membri del Parlamento ucraino, tutti personaggi vicini al cerchio magico di Zelensky, poche ore prima dell’incontro a Mar-a-Lago, non sembrano essere state casuali. Ricordiamo, infatti, che FBI e altre agenzie statunitensi stanno collaborando direttamente con l’Anticorruzione ucraina. Il possibile ruolo europeo, sempre più marginale nella definizione della pace, ma determinante nell’evitare il default ucraino e, in futuro, in prima linea nel difficile processo di ricostruzione del Paese. Le garanzie di sicurezza che diversi Paesi europei, i Baltici in primis, pretenderebbero dagli USA per accettare e sostenere le future condizioni di pace tra Russia e Ucraina. Le tipologie di garanzie di sicurezza per l’Europache la Russia dovrebbe presentare al fine di scongiurare future escalation militari. Il ruolo di Berlino, Londra e Parigi, dove, come ampiamente noto, sussistono forti pressioni politiche affinché il conflitto russo-ucrainopossa continuare almeno per un altro anno.
In tale contesto, merita altresì riflettere che, malgrado al momento non vi siano presupposti tali da far ritenere probabile un allargamento del conflitto, ricordiamoci sempre che, quando una guerra inizia, anche per scivolamento non voluto, risulta estremamente difficile governarla. Certamente in diversi storici sono presenti i ricordi del 1914, quando nessuno pensava all’esplosione del conflitto mondiale, o di come in Inghilterra sia oggi molto vivo il ricordo della stipula del Patto di Monaco del 1938, con l’illusione di aver evitato la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, forse ora è il momento che i Paesi europei incomincino realmente a negoziare con Mosca, aprendo una fase diplomatica che contribuisca a porre fine a questo assurdo conflitto nel cuore dell’Europa.
La crisi in Medio Oriente
In queste ore, negli USA e in Israele, si sta discutendo circa l’esito dell’incontro appena concluso tra Trump e Netanyahu a Mar-a-Lago, in Florida. Sul tavolo, come ben sappiamo, vi sono stati diversi dossier: Iran, Libano, Siria, Yemen e il futuro di Gaza. Secondo diversi analisti israeliani, l’incontro tra Netanyahu e Trump appare cruciale per coordinare possibili future azioni militari israeliane in Siria, Libano, Iran e Striscia di Gaza. Secondo fonti israeliane, il dossier iraniano appare il più spigoloso, atteso che Washington non sarebbe disponibile ad approvare e sostenere incursioni aeree israeliane contro Teheran. Tuttavia, diversi media israeliani sembrano spingere affinché Netanyahu possa ottenere almeno l’approvazione americana qualora fosse acclarata l’esistenza di una minaccia imminente ed esistenziale, tale da configurare un vero e proprio casus belli. Inoltre, Israele porterebbe a conoscenza gli USA, attraverso l’esibizione di documenti riservati, la totale inaffidabilità del nuovo leader siriano, Ahmed al-Charaa, già leader di gruppi qaedisti. In merito, Netanyahu avrebbe in animo di chiedere a Trump di consentire la presenza permanente di forze israeliane sul Monte Hermon, in Siria, e un’efficace protezione della minoranza drusa nel sud del Paese.
In merito al Libano, invece, sarebbe stata ribadita da parte di Gerusalemme la necessità di disarmare totalmente Hezbollah, anche attraverso l’impiego di una forza internazionale, e di attuare pienamente le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in particolare quella del 2006, successiva alla Seconda guerra del Libano, che prevedeva l’istituzione di una zona cuscinetto tra la Linea Blu e il fiume Litani. In questo contesto, Netanyahuavrebbe chiesto a Trump di consentire incursioni mirate israeliane contro ogni violazione del cessate il fuoco, esigendo lo smantellamento dell’arsenale militare di Hezbollah. In relazione a Gaza, la discussione, sempre secondo i media israeliani, appare decisamente più complessa, atteso che Hamas non solo non sarebbe disponibile a cedere le armi, ma starebbe riprendendo il controllo totale della Striscia di Gaza. In merito, Israeleritiene che sia il Qatar sia la Turchia stiano continuando a sostenere Hamas, manifestando altresì l’intendimento di entrare a far parte del Consiglio di pace, di cui Trump è anche presidente. In tale situazione, Israele avrebbe ribadito a Washington la propria non disponibilità a ritirare le forze militari dalla Striscia di Gaza fino a quando Hamas non avrà totalmente deposto le armi. Ovviamente, tale indisponibilità israeliana complica anche la possibile istituzione e la successiva proiezione di una forza internazionale e di un consiglio di pace.
Gli analisti israeliani, infine, nel chiudere le loro riflessioni, ritengono che Netanyahu dovrà necessariamente offrire a Trump alcune concessioni, onde evitare fratture nei rapporti storici tra USA e Israele, ma anche per ottenere da Trump un impegno formale a smilitarizzare la Striscia di Gaza, con tutti i mezzi e a tutti i costi, prima ancora di ricostruire il territorio. In tale contesto, Al Jazeera, emittente qatariota, non senza sarcasmo, ha esplicitato che l’incontro aveva espresso inizialmente una «reciproca adulazione», trasformandosi successivamente «in un allineamento geopolitico», quando i due leader avevano affrontato le questioni più urgenti del Medio Oriente: Gaza e Iran. Trump, sempre secondo Al Jazeera, aveva minimizzato alla stampa le violazioni israeliane del cessate il fuoco nella Striscia, ribadendo che Israele stava concretamente aiutando la popolazione di Gaza. Prima e dopo l’incontro con Netanyahu, Trump aveva voluto sottolineare che Hamas deve disarmarsi, lanciando una severa minaccia al gruppo palestinese.
In relazione all’Iran, Trump ha suggerito che Washingtonavrebbe intrapreso ulteriori azioni militari contro Teheranqualora fosse stato ripristinato il programma nucleare o la capacità missilistica iraniana. Alla domanda dei giornalisti se gli Stati Uniti avrebbero appoggiato un attacco israeliano contro il programma missilistico iraniano, Trump ha risposto: «Se continueranno con i missili, sì. Il nucleare? Sì, assolutamente. Lo faremo immediatamente». Infine, merita evidenziare che il primo ministro israeliano ha annunciato che al presidente degli Stati Uniti verrà conferito il Premio Israele, riconoscimento che normalmente viene assegnato a cittadini israeliani. Inoltre, merita evidenziare che l’unica divergenza emersatra i due leader riguarderebbe la questione della Cisgiordania. Tuttavia, Trump si è mostrato fiducioso che anche su questa delicata tematica possa essere raggiunto un accordo. Infine, a margine dell’incontro, media americani hanno annunciato che il Pentagonoavrebbe stipulato un contratto da 12 miliardi di dollari con la Boeing per la fornitura di caccia F-35 a Israele.
Conclusione – Desidero chiudere questo nostro incontrocon una poesia di pace, una speranza di pace.
I bambini giocano alla guerra di Bertolt Brecht
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace,
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra.
Tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame,
non avere freddo,
non avere paura.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwandae Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
articolo apparso su:https://www.triesteallnews.it/2025/12/tra-guerre-irrisolte-e-diplomazie-incerte-le-faglie-del-disordine-globale


































