
Yoshihiko Yamaguchi: il mandolinista giapponese che ha trovato in Abruzzo una seconda casa
C’è un filo sottile come una corda di un mandolino che unisce il Giappone all’Abruzzo. A tenderlo, con delicatezza e gratitudine, èYoshihiko Yamaguchi, musicista giapponese di lunga esperienza, originario di Shingū e laureato alla Kansai University. Figura di riferimento nel mondo mandolinistico nipponico, Yamaguchi ha costruito negli anni un ponte culturale fatto di musica, incontri e memoria condivisa. Un ponte che, sorprendentemente, conduce fino aSulmona.

Per Yamaguchi tutto comincia nove anni fa, quando più di trenta membri dellaMozart MandolinOrchestra e una quindicina tra professori e studenti del Conservatorio “Casella” dell’Aquila si esibirono insieme nelTeatro Maria Canigliadi Sulmona. Un evento che lui stesso definisce “indimenticabile”.
In quell’occasione ebbe modo di suonare accanto aFrancesco Mammola, mandolinista abruzzese tra i più apprezzati della sua generazione. Yamaguchi lo ricorda con profonda stima:
“Il maestro Mammola è un musicista straordinario. L’anno precedente aveva ricevuto il prestigioso Premio Nazionale delle Arti Claudio Abbado. Da allora la sua carriera non ha fatto che crescere, in Italia e nel mondo.”
Nella foto di gruppo di quel concerto, racconta con un pizzico di nostalgia, “Mammola è al centro della fila posteriore, con il mandolino nella mano destra”. Un’immagine che per lui è diventata un piccolo tesoro personale.
Pur avendo visitato l’Abruzzo una sola volta, Yamaguchi conserva un ricordo vivido e affettuoso della regione. Quando sente pronunciare la parolaAbruzzo, la mente corre subito allemontagne luminose di maggioe allabellezza composta di Sulmona. (qui il servizio realizzato nel 2017 dalla nostra redazione)
Il luogo che più gli è rimasto nel cuore è lapiazza con l’acquedotto medievale, insieme al teatro dove si è esibito. A un giapponese, dice, descriverebbe l’Abruzzo come “simile alle città di Shinshū o di Hida-Takayama”: natura, storia, quiete.
Per Yamaguchi, l’Abruzzo è fatto di piccoli gesti, di gentilezza spontanea, di una comunità che accoglie senza formalità. Passeggiando per Sulmona, nota i fiori piantati ovunque: “Si sente la sensibilità delle persone che li curano”.
E poi c’è la sorpresa più bella: mentre cammina per la città, alcuni passanti lo fermano dicendo“Anch’io suono il mandolino”. Un legame immediato, naturale, che solo la musica sa creare.
Della cucina abruzzese ricorda soprattutto lacarne gustata al ristorante, e un prodotto che porterebbe volentieri in Giappone: iconfetti di Sulmona.
Riflette anche sulle differenze culturali: in Italia, dice, il cibo è più buono “quando si mangia chiacchierando con qualcuno”. Un’esperienza che raddoppia il sapore.
La tradizione che più lo ha colpito è laprofondità della storia: l’acquedotto, la piazza. E soprattutto il rispetto per le cose antiche:
“Al teatro alcune attrezzature erano datate, ma curate con attenzione. Avevano un fascino che gli oggetti nuovi non hanno. Dovremmo imparare da questo.”
Per Yamaguchi, in alcune zone rurali del Giappone si ritrova la stessa atmosfera di Sulmona: le mamme premurose, i negozi a conduzione familiare, il ritmo lento della vita.
È forse per questo che, pur essendo lontano, l’Abruzzo gli è rimasto dentro.
Secondo Yamaguchi, la regione è ancora poco conosciuta in Giappone. Per promuoverla immagina due strade: unviaggio televisivodi un personaggio famoso giapponese in Abruzzo; una“Fiera dell’Abruzzo”nei grandi magazzini giapponesi, con un prodotto simbolo che rappresenti l’identità della regione.
Ai giapponesi che visitano l’Abruzzo per la prima volta consiglia natura, vita lenta eesperienze pratiche: agriturismi, laboratori artigianali, attività con la gente del posto.
Se potesse tornare in Abruzzo, Yamaguchi vorrebbe vivere un’esperienza semplice e autentica:mangiare e parlare insieme alla gente del posto. Perché è lì, nella convivialità, che sente di aver trovato un pezzo di casa.
E se dovesse descrivere l’Abruzzo con una sola immagine, direbbe: “Una grande campagna. Non ha l’atmosfera della grande città, e proprio questo è il suo fascino e la sua forza.”


































