
Restare, tornare, ripopolare. Tre parole che racchiudono il senso profondo della sfida che oggi attraversa l’Appennino centrale, un territorio ancora segnato dalle ferite del sisma del 2016-2017 ma determinato a trasformare la ricostruzione materiale in una rinascita sociale e demografica. Se cantieri e gru raccontano un processo fisico ormai visibile, la vera battaglia si gioca sulla vita quotidiana: servizi, opportunità, lavoro, cultura, comunità. Di questo si è discusso a Roma, nella Sala Zuccari del Senato, durante il convegno “La Ricostruzione Demografica – L’Appennino centrale tra spopolamento e rilancio post sisma”, promosso dal Commissario straordinario al sisma 2016, Guido Castelli, e concluso dal Ministro per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella. Un confronto ad alto profilo istituzionale e scientifico, che ha visto riuniti amministratori, studiosi, esponenti del mondo economico e culturale, accanto a una numerosa rappresentanza di sindaci dell’area del cratere. Il tema centrale è stato il modello nato con il Laboratorio Appennino centrale, una strategia che punta a sperimentare politiche innovative per contrastare lo spopolamento e incentivare il neo-popolamento in un’area vasta che comprende Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Qui, tra montagne, borghi e paesaggi unici, si gioca il futuro di territori meravigliosi ma fragili, dove l’inverno demografico rischia di annullare le conquiste della ricostruzione. “Le aree interne dell’Appennino – è stato sottolineato – non sono solo un terreno di riparazione fisica, ma un laboratorio di rinascita immateriale.” Mantenere viva la presenza umana significa salvare cultura, tradizioni, ambiente, identità. La sfida è fare in modo che giovani famiglie, professionisti, imprese e studenti possano scegliere di restare o tornare, senza essere costretti a partire. Su questa linea si è collocato l’intervento del Commissario Castelli, che ha indicato i tre pilastri attorno ai quali si sta muovendo la strategia del post-sisma: servizi potenziati, infrastrutture e collegamenti efficienti, digitalizzazione. Elementi essenziali per garantire qualità della vita e attrattività, condizioni senza le quali nessun territorio può sperare in un futuro stabile. Al confronto sono intervenuti anche autorevoli rappresentanti del mondo statistico, economico e culturale, come Lorenzo Bellicini (Cresme), Pierciro Galeone (IFEL), Cristina Freguja (ISTAT), Fabio Renzi (Symbola), il poeta Davide Rondoni e padre Francesco Piloni. Dati, analisi e testimonianze hanno riportato con forza un messaggio condiviso: la rinascita passa dalle persone. E proprio i sindaci – molti presenti in sala – hanno ricordato quanto la resistenza dei territori sia fatta di quotidianità: scuole, presidi sanitari, trasporti, lavoro, nuove generazioni. Una sfida che richiede non solo investimenti, ma una visione culturale capace di trasformare il dolore in progettualità, secondo un modello di futuro che guarda oltre l’emergenza. Dalla discussione è emersa un’immagine chiara: l’Appennino centrale non vuole limitarsi a ricostruire ciò che il sisma ha distrutto, ma ambisce a diventare un laboratorio nazionale di politiche per le aree interne, un luogo dove la restanza è scelta consapevole e il neo-popolamento diventa motore di sviluppo e comunità. La più grande ricostruzione d’Europa non è solo urbanistica: è umana.









