
In dieci anni l’Abruzzo ha perso oltre ventimila studenti. È un numero che pesa come una sentenza, soprattutto per i piccoli comuni delle aree interne, dove le aule si svuotano, i plessi chiudono e i ragazzi sono costretti a lunghi viaggi quotidiani per andare a scuola. Qui, la campanella non è solo l’inizio delle lezioni: è il segnale che una comunità è viva. Il consigliere regionale Antonio Di Marco, vicepresidente della Commissione Ambiente, parla senza giri di parole: “Dove la scuola chiude, inevitabilmente il paese si svuota. Servono strategie vere per le aree interne, non interventi spot”. La ricetta? Mettere insieme istruzione, trasporti, servizi, infrastrutture e opportunità per i giovani, garantendo continuità didattica e sostenendo i docenti che scelgono di lavorare nei territori più isolati. Per Di Marco, la discussione sulla settimana corta o lunga è secondaria rispetto a una priorità più grande: preservare la scuola come presidio sociale e culturale. Nei borghi, le aule sono luoghi di “restanza”, dove i bambini non imparano solo materie, ma respirano l’identità e le radici della propria terra. Senza di esse, il rischio è che la scuola diventi un mondo separato dal territorio, lasciando vuoti non solo i banchi, ma le strade, le piazze e le case. La sfida è urgente. Difendere la scuola nei piccoli paesi significa difendere l’Abruzzo stesso: il suo patrimonio culturale, la sua coesione, la possibilità di un futuro che non sia solo fatto di partenze, ma anche di ritorni.




























