
Il giorno di Natale del 2021 non è stato solo una data simbolica. È stato l’inizio di un viaggio che, in un certo senso, continua ancora oggi: quello del James Webb Space Telescope verso le origini dell’universo. Partito dalla Guyana francese, il telescopio ha attraversato lo spazio per un mese, fino a raggiungere la sua posizione definitiva, a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra. Un percorso delicatissimo, segnato da momenti di tensione, come l’apertura dei suoi enormi schermi solari: una struttura grande come un campo da tennis che si è dispiegata lentamente, come un origami cosmico. Da allora, il Webb ha iniziato a fare quello per cui è stato costruito: osservare l’invisibile. E le sue scoperte stanno cambiando ciò che pensavamo di sapere. Una delle più sorprendenti riguarda i buchi neri supermassicci, già presenti quando l’universo era appena nato. Un paradosso: oggetti enormi, milioni di volte più massicci del Sole, esistevano quando il tempo cosmico era ancora agli inizi. Come si siano formati così rapidamente resta un enigma. Per trovare una risposta, gli astronomi stanno cercando qualcosa che nessuno ha mai visto direttamente: le prime stelle dell’universo. Le chiamano stelle di popolazione III, o più poeticamente “stelle dinosauro”. Erano gigantesche, nate in un universo semplice, fatto quasi solo di idrogeno ed elio. Vivevano poco, ma lasciavano un’eredità enorme: dentro i loro nuclei si formarono gli elementi che oggi compongono pianeti, oceani, corpi umani. Quando esplodevano, seminavano l’universo di materia. E spesso, al loro posto, restava un buco nero. Il problema è che queste stelle non si sono mai lasciate osservare. Fino a oggi. A darci una possibilità è un’idea intuita più di un secolo fa da Albert Einstein: la lente gravitazionale. In pratica, grandi masse come gli ammassi di galassie deformano lo spazio e piegano la luce, funzionando come lenti naturali che ingrandiscono ciò che sta dietro. Grazie a questo effetto, il Webb può diventare qualcosa di più di un telescopio: un vero microscopio cosmico. In alcune condizioni, l’ingrandimento può essere enorme, fino a 10.000 volte. Ed è così che oggetti lontanissimi diventano, improvvisamente, visibili. È successo nel 2016 con Icarus, la prima stella osservata grazie a questo effetto. Poi è arrivata Earendel, ancora più lontana, vista com’era quando l’universo aveva appena il 7% della sua età attuale. Non esistono più, ma la loro luce ha viaggiato per miliardi di anni fino a noi. Oggi, queste osservazioni si moltiplicano. Decine di stelle lontanissime stanno emergendo dal buio, portando con sé informazioni preziose. Non solo sulla nascita delle stelle, ma anche su uno dei più grandi misteri della fisica: la materia oscura. Questa sostanza invisibile riempie l’universo, ma non sappiamo cosa sia. Non possiamo vederla direttamente, ma possiamo studiarne gli effetti. E proprio le lenti gravitazionali, con le loro piccole variazioni di luminosità, stanno offrendo indizi importanti. In alcuni casi, gli astronomi hanno osservato anomalie che suggeriscono la presenza di strutture invisibili, forse legate proprio alla materia oscura. È come se la luce delle stelle, viaggiando attraverso il cosmo, ci raccontasse cosa ha incontrato lungo la strada. E non finisce qui. Nuovi telescopi stanno arrivando, pronti a espandere ancora di più il nostro sguardo. Tra questi, il futuro Nancy Grace Roman Space Telescope e la missione europea Euclid, già impegnata a mappare una vasta porzione di cielo alla ricerca di nuove lenti gravitazionali. E poi c’è un progetto ancora più ambizioso: l’Habitable Worlds Observatory, un telescopio che potrebbe spingersi oltre i limiti attuali e forse, finalmente, osservare direttamente le prime stelle dell’universo. Se accadrà, non sarà solo una conquista scientifica. Sarà un modo per guardare indietro fino all’inizio di tutto. E capire, con un po’ più di chiarezza, da dove veniamo.































