
La parola che, nel mondo del vino, divide più di quanto si pensi: rame. Da anni è al centro di un acceso dibattito tra chi lo considera indispensabile e chi, invece, lo guarda con sospetto. Eppure, proprio dal cuore di una delle più importanti manifestazioni del settore, il Vinitaly, arriva una voce che invita a fermarsi e ragionare con calma, dati alla mano. A portarla è la Bio Cantina Sociale Orsogna, una realtà cooperativa che da anni lavora nel rispetto della terra e della biodiversità. Qui, tra i filari abruzzesi, è stato condotto uno studio durato quattro anni insieme alle università di Perugia, Teramo e Napoli. Un lavoro lungo, paziente, concreto. E soprattutto necessario. Il nodo è semplice solo in apparenza: il rame è ancora sostenibile? Oppure rappresenta un rischio per il suolo e per l’ambiente? La domanda non è teorica. L’Unione Europea ha già fissato una scadenza: giugno 2029. Dopo quella data, l’utilizzo potrebbe essere vietato o fortemente limitato. E questo cambierebbe radicalmente il volto della viticoltura biologica. I risultati della ricerca, però, raccontano una storia diversa da quella che spesso circola. Nei terreni studiati, coltivati secondo pratiche biologiche e biodinamiche, non è stato rilevato alcun accumulo dannoso di rame. Non solo: la vita del suolo, quella fatta di microrganismi invisibili ma fondamentali, non risulta compromessa. Il punto, spiegano i ricercatori, non è tanto il rame in sé, quanto il modo in cui si coltiva la terra. Dove il suolo è ricco di sostanza organica — grazie a compost, sovescio, pascolo e lavorazioni rispettose — il rame viene “intrappolato”, reso meno mobile e quindi meno pericoloso. In altre parole: è la salute del terreno a fare la differenza. Non è un dettaglio da poco. Negli anni ’60 e ’70 si utilizzavano fino a 25 chili di rame per ettaro. Oggi si è scesi a circa 3-4 chili. Una riduzione drastica, che racconta già di un’agricoltura cambiata, più attenta, più consapevole. E allora perché tanta preoccupazione? Perché il rame resta, comunque, una sostanza da maneggiare con cautela. È fitotossico, è vero. Ma è anche uno dei pochi strumenti davvero efficaci contro malattie come la peronospora, che negli ultimi anni — complice il cambiamento climatico — si è fatta sempre più aggressiva. Ed è qui che il discorso si fa più delicato. Eliminare il rame senza avere alternative concrete significherebbe lasciare i viticoltori senza difese. “Come andare in guerra senza armi”, ha detto uno dei ricercatori. Un’immagine forte, ma che rende bene l’idea. Dal convegno emerge quindi una richiesta chiara: meno ideologia, più scienza. Prima di vietare, bisogna capire. Prima di decidere, bisogna osservare la realtà dei campi, non solo quella dei regolamenti. Anche il mondo istituzionale sembra disposto ad ascoltare. Si parla già della possibilità di aprire un tavolo tecnico-scientifico per approfondire il tema. Perché il biologico, oggi, non è più una nicchia: è una parte centrale dell’agricoltura italiana ed europea. E forse la vera lezione di questa storia sta proprio qui. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Il rame non è né un nemico assoluto né una soluzione miracolosa. È uno strumento. E come tutti gli strumenti, dipende da come lo usiamo. In un tempo in cui si parla sempre più di sostenibilità, la sfida non è eliminare a ogni costo, ma imparare a convivere con equilibrio. Conoscere, misurare, adattare. E soprattutto, rispettare quella cosa fragile e preziosa che troppo spesso dimentichiamo: la vita del suolo.






























