
L’impero delle macerie: Ucraina, NATO e la guerra che cambia l’Occidente
16 Maggio 2026

16 maggio 2026 – ore 15:30 – Premessa – L’attenzione dei media appare ancora concentrata sull’esito dello storico summit di Pechino e sulla crisi in Iran, quest’ultima, al momento, ferma in una situazione di stallo non certo rassicurante. In tale scenario, merita segnalare il costante sfaldamento del governo britannico, con le recenti dimissioni del Ministro della Sanità, il laburista Wes Streeting, il quale, peraltro, ha lanciato contemporaneamente il guanto di sfida alla leadership del premier britannico Keir Starmer, aprendo in tal modo la crisi interna al partito, inevitabile, secondo gli analisti inglesi, dopo la dura sconfitta elettorale del 7 ottobre u.s. La situazione a Londra appare sempre assolutamente meritevole di attenzione, anche nella considerazione che il Regno Unito figura tra i principali Paesi europei favorevoli alla continuazione del conflitto in Ucraina. Inoltre, desidero proporvi brevi stralci di una lunga intervista rilasciata recentemente dal Segretario di Stato Marco Rubio perché gli USA, come ben sappiamo, sembrerebbero intenzionati a rivedere in tempi brevi l’intero assetto militare statunitense in Europa e, verosimilmente, anche la struttura stessa dell’Alleanza Atlantica. Infine, daremo uno sguardo all’Ucraina, dove continuano i bombardamenti, e cercheremo di comprendere il perché di questo irrigidimento russo, l’abile semantica di Kiev, andando anche a sfiorare brevemente gli ultimi sviluppi relativi alla dilagante corruzione che continua ad affliggere la popolazione inerme ucraina.
13 maggio – intervista al Segretario di Stato Marco Rubio a bordo del velivolo presidenziale diretto in Cina
Marco Rubio ha voluto rilasciare una lunga e articolata intervista, link del testo completo in descrizione, nella quale ha voluto soffermarsi a lungo sui rapporti tra Stati Uniti e Cina, quest’ultima definita come “la nostra principale sfida sul piano geopolitico e la relazione più importante da gestire. La Cina è un Paese grande e potente. Continuerà a crescere. Ma avremo interessi che saranno in conflitto con i loro e, per evitare guerre e mantenere la pace e la stabilità nel mondo, dovremo gestirli”.
Tuttavia, Rubio, sollecitato dai giornalisti, ha descritto, in alcuni passaggi che vi propongo, non solo aspetti della strategia americana, ma anche il forte “disappunto” di Washington in merito al mancato supporto di diversi Paesi europei nel conflitto in Iran.
In particolare:
Conflitto in Ucraina
“Non c’è dubbio che la necessità di combattere questa guerra abbia spinto gli ucraini a sviluppare nuove tattiche, nuove tecniche, nuove attrezzature, nuove tecnologie che stanno creando una sorta di guerra asimmetrica ibrida. È impressionante. Non c’è dubbio.
Voglio dire, se si guarda al fatto che i russi perdono cinque volte più soldati al mese rispetto agli ucraini, e l’Ucraina è un Paese più piccolo e anche un esercito più piccolo, sebbene le forze armate ucraine siano le più forti e potenti di tutta Europa, giusto per essere chiari, in questo momento, ovviamente grazie ai molti aiuti ricevuti, ma anche grazie all’esperienza sul campo di battaglia che hanno acquisito.
Per quanto riguarda il conflitto in generale, il Presidente vuole solo che la guerra finisca. Pensa che sia una guerra folle. E ha ragione. Voglio dire, muoiono tantissime persone da entrambe le parti. L’Ucraina impiegherà vent’anni per la ricostruzione. I danni all’economia russa sono straordinari. I russi perdono dai 15.000 ai 20.000 soldati al mese, morti. Non feriti, morti.
È una guerra terribile. Noi siamo pronti, il Presidente è pronto, il suo team è pronto a facilitare una soluzione diplomatica alla guerra. Purtroppo, negli ultimi mesi abbiamo perso un po’ di slancio per una serie di motivi: gli ucraini si sentono sempre più sicuri della loro posizione sul campo di battaglia; hanno superato l’inverno; i russi sono un po’ ottimisti perché il prezzo del petrolio è aumentato.
Ma speriamo che, sia per la dichiarazione di Vladimir Putin sia per qualsiasi altra cosa, presto si arrivi a un punto in cui entrambe le parti riprendano il dialogo. E noi siamo pronti a svolgere il ruolo di mediatori e a portare a una conclusione. Credo che siamo l’unico Paese al mondo in grado di farlo. Se qualcun altro vuole provarci, lo faccia pure, ma entrambe le parti continuano a dirci che siamo gli unici a poterlo fare.
In definitiva, il Presidente vuole che la guerra finisca. E se c’è qualcosa che lui può fare e che noi possiamo fare per contribuire alla sua conclusione, lo faremo”.
Elementi di strategia
“L’America si impegnerà nel mondo. Non si tratta di chiudersi in se stessi. Ma ci impegneremo nel mondo in base a ciò che è positivo per l’America, a ciò che è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Ciò che stiamo facendo rende il Paese più sicuro, più protetto, più prospero? Se sì, è nel nostro interesse nazionale. Se no, potrebbe essere una cosa positiva, ma non sarà in cima alla lista delle priorità.
Ecco, credo che sia in questo ambito che si manifesta il suo impegno (Trump) a livello globale. Non si occupa di ogni conflitto e di ogni argomento. Certo, abbiamo un’opinione in merito. Magari cerchiamo di fare qualcosa marginalmente. Ma lui si impegna e dedica il suo tempo a questioni internazionali che hanno un impatto diretto sulla sicurezza e sulla prosperità del popolo americano.
Se c’è un luogo nel mondo in cui le imprese americane possono prosperare e quindi contribuire alla nostra economia, il Presidente si interessa. Se si tratta di scambi commerciali a beneficio delle nostre fabbriche e dei nostri lavoratori, il Presidente si interessa. Se si tratta di una minaccia alla nostra sicurezza nazionale, che sia attuale o futura, il Presidente non lascerà la questione in sospeso; si impegna”.
La NATO
“Io sono sempre stato un sostenitore della NATO durante tutta la mia carriera al Senato. E uno dei motivi per cui ho sostenuto la NATO è stato perché ci ha dato il diritto di utilizzare basi. Ci ha permesso di avere basi in Europa che avremmo potuto usare in caso di emergenza, ad esempio in Medio Oriente, da dove avremmo potuto far decollare aerei da qualche Paese europeo per proteggere i nostri interessi nazionali in Medio Oriente o, per esempio, in Africa.
E quindi, quando i partner della NATO ti negano l’uso di quelle basi – quando la ragione principale per cui la NATO è un bene per l’America ci viene negata dalla Spagna, per esempio – allora qual è lo scopo dell’Alleanza? Inizia a diventare una cosa del tipo: “sono alleati quando vogliono esserlo…”.
E, a dire il vero, ci sono Paesi della NATO che ci sono stati di grande aiuto. Per citarne uno in particolare, il Portogallo. Hanno detto di sì prima ancora che glielo chiedessimo, prima ancora che glielo spiegassimo…
Altri, come la Spagna, si sono comportati in modo atroce, semplicemente orribile. Quindi credo che ci siano domande molto legittime da porsi sulla NATO, e cioè: qual è lo scopo di far parte di un’alleanza il cui vantaggio per noi è il diritto di utilizzare queste basi se, in un momento di conflitto come quello che abbiamo avuto con l’Iran, possono negarci l’uso di quelle basi? Quindi perché siamo lì? Solo per proteggerli e non per promuovere il nostro interesse nazionale? Questa è una domanda molto legittima alla quale dobbiamo dare una risposta.”
Dichiarazione del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e risposte alle domande dei media durante una conferenza stampa a seguito della riunione dei Ministri degli Esteri dei BRICS, Nuova Delhi, 15 maggio 2026
In tale cornice, desidero proporvi alcuni brevi stralci dell’intervento di Sergey Lavrov, testo della conferenza completa nel link in descrizione, con particolare riferimento ai rapporti tra Russia e India, quest’ultima quarta potenza mondiale, ricordiamolo, e alla situazione in Ucraina. Inoltre, come ben noto, sono in corso negoiazioni sulla prossima e imminente visita di Putin in Cina.
Ritengo nostro dovere, da europei, conoscere il pensiero della Russia, malgrado Bruxelles continui da anni a emarginare Mosca da ogni tipologia di contesto. Con la Russia dobbiamo dialogare, se non altro per interessi economici comuni, senza dimenticare mai i legami letterari, musicali, filosofici e culturali che hanno legato e legheranno sempre Mosca e San Pietroburgo a tutte le capitali europee.
Rapporti Russia – India
“Durante i colloqui con il Ministro degli Affari Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar e durante l’incontro allargato ospitato dal Primo Ministro Narendra Modi, abbiamo discusso le aree chiave del nostro partenariato strategico, particolarmente privilegiato, definito durante i vertici tra il Presidente Putin e il Primo Ministro indiano Modi, incluso l’ultimo incontro tenutosi a Nuova Delhi.
A seguito di tale vertice, nel dicembre 2025, è stato firmato un importantissimo Programma per lo sviluppo delle aree strategiche della cooperazione economica russo-indiana fino al 2030, che definisce i passi necessari per raggiungere l’obiettivo di 100 miliardi di dollari di interscambio commerciale bilaterale entro il 2030.
Abbiamo esaminato le modalità per migliorare i meccanismi di cooperazione pratica, commerciale, economica e in materia di investimenti già esistenti, nonché per rafforzarli ed espanderli ulteriormente in modo da rimanere indipendenti dall’influenza negativa e ostile di Paesi terzi.
Abbiamo concordato di consolidare la cooperazione nei settori dei trasporti, della tecnologia e degli investimenti, compreso lo sviluppo congiunto del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud e della Rotta Marittima del Nord.
Abbiamo inoltre esaminato le misure per snellire il sistema di regolamento diretto reciproco. Condividiamo un impegno comune per aumentare le forniture di idrocarburi e fertilizzanti russi. La cooperazione nel settore dell’energia nucleare a fini pacifici sta compiendo grandi progressi, così come la cooperazione nell’esplorazione pacifica dello spazio extra-atmosferico.
Per quanto riguarda l’energia nucleare civile, abbiamo discusso la possibilità di metterci a disposizione un nuovo sito per la costruzione di diverse unità nucleari aggiuntive, il che rafforzerebbe significativamente la sicurezza energetica dell’India.
Nel rispetto della tradizione, la cooperazione tecnico-militare tra i nostri Paesi, inclusa la produzione congiunta di sistemi d’arma avanzati basati su tecnologie di difesa all’avanguardia, si mantiene a un livello elevato.
Abbiamo inoltre ambiziosi progetti nel settore dell’esplorazione spaziale, tra cui la navigazione satellitare, i programmi con equipaggio e la ricerca scientifica congiunta.
Abbiamo riscontrato una convergenza di posizioni sull’agenda internazionale sia nei colloqui bilaterali con i nostri amici indiani sia nella riunione ministeriale dei BRICS. Ci siamo concentrati principalmente sui preparativi per il 18° Vertice dei BRICS che si terrà a Nuova Delhi a settembre.
A livello ministeriale, condividiamo l’opinione che, nei 20 anni della sua esistenza, i BRICS abbiano fatto molta strada e si siano evoluti in una partnership indipendente e multiforme che abbraccia praticamente tutti i settori di cooperazione tra i Paesi. Il gruppo è considerato, a tutti gli effetti, un elemento fondamentale negli sforzi per la formazione di un ordine mondiale multipolare e per la promozione degli interessi della Maggioranza Mondiale.”
Rapporti BRICS – Occidente e la fine della globalizzazione
“Abbiamo discusso dell’inaccettabilità della continua pratica di misure coercitive unilaterali volte a punire i governi sovrani e a interferire nei loro affari interni. In questo contesto, abbiamo riaffermato la nostra solidarietà con i nostri amici cubani. Come sapete, Cuba è uno dei Paesi partner dei BRICS. Questa categoria di Paesi partner è stata istituita al vertice dei BRICS di Kazan nell’ottobre 2024 ed è ora rappresentata da oltre una dozzina di Paesi che già possiedono questo status.
Abbiamo espresso chiaramente il nostro sostegno alla prosecuzione della riforma del sistema di governance globale. In sostanza, l’Occidente, che per lungo tempo ha promosso il modello di globalizzazione originariamente proposto dagli Stati Uniti come la soluzione migliore per garantire lo sviluppo della comunità internazionale, ha smantellato, attraverso le proprie sanzioni unilaterali, tale modello universale, che si è rapidamente disgregato.
Le istituzioni finanziarie internazionali, create per adattarsi al vecchio modello di globalizzazione, devono essere riformate, e questo è ormai necessario da tempo. Soprattutto, queste riforme dovrebbero riflettere il peso reale dei Paesi nell’economia e nella finanza globale.
Come forse saprete, i BRICS e i loro Paesi partner rappresentano ormai oltre il 40% del PIL mondiale, mentre la quota del G7, che conserva ancora il controllo sulle istituzioni di Bretton Woods, è di poco superiore al 30% del PIL mondiale.
Pertanto, la riforma è ormai necessaria. I nostri colleghi occidentali stanno cercando in ogni modo di ostacolarla, ma la tendenza è irreversibile. Secondo le previsioni, i tassi di crescita medi dei Paesi BRICS si attesteranno intorno al 3,7-4%, rispetto a un tasso di crescita medio globale del 2,6% nel prossimo periodo.”
Conflitto in Iran e geopolitica globale
“Quali sono le cause profonde dell’attuale crisi? La causa principale è ben nota a tutti noi: l’aggressione del tutto immotivata degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran.
Ora tutti si rivolgono all’Iran chiedendo l’apertura dello Stretto di Hormuz. Permettetemi di ricordare che, prima del 28 febbraio 2026, data di inizio dell’aggressione, lo Stretto di Hormuz funzionava senza alcun problema. La libertà di navigazione era garantita nella sua interezza.”
“L’aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran è stata orchestrata con un obiettivo ben preciso: porre fine ai 47 anni durante i quali l’Iran avrebbe “terrorizzato” tutti i suoi vicini e l’intero mondo circostante.
Allo stesso modo, per rapire il Presidente del Venezuela, è stata inventata la storia del suo “coinvolgimento” nel narcotraffico. In seguito, si è scoperto che non si trattava affatto di narcotraffico, bensì del petrolio venezuelano che interessava agli Stati Uniti.
Allo stesso modo, ora è evidente che tutto si riduce al petrolio, che deve transitare attraverso lo Stretto di Hormuz.
Ma non è l’Iran ad aver bloccato questa situazione. Non è la Repubblica Islamica ad aver creato il problema, nemmeno nei rapporti con i suoi vicini, i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Per molti anni abbiamo promosso il Concetto di Sicurezza Collettiva per la Regione del Golfo Persico, che prevedeva l’avvio di un processo di normalizzazione delle relazioni e di rafforzamento della fiducia tra l’Iran e le monarchie arabe, con la partecipazione dei loro principali vicini, della Lega Araba e dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Lo abbiamo fatto perché la situazione di inimicizia tra arabi e Iran era anormale, intollerabile e nuoceva soltanto ai popoli dei rispettivi Paesi.
Per molti anni abbiamo organizzato seminari e conferenze. Studiosi provenienti da tutti gli Stati che ho menzionato sono venuti a trovarci. Non molto tempo fa, i nostri compagni cinesi hanno proposto un’idea simile.
Teheran, ancor prima dell’inizio dell’attuale crisi, aveva espresso la propria disponibilità a sostenere un simile approccio. Nei miei continui contatti con i rappresentanti delle monarchie arabe – e siamo in contatto regolarmente – constato che anche loro comprendono la necessità di un approccio di questo tipo.
Certo, la cosa più importante ora è fermare la guerra in corso, trasformare il cessate il fuoco, che in un certo senso viene rispettato, in un accordo definitivo sulla cessazione di tutte le ostilità.
Ma, a lungo termine, è necessario pensare a una sorta di struttura regionale stabilizzante, a una sorta di processo regionale. Di questo tema si è discusso nella riunione dei Ministri degli Esteri dei BRICS che si è tenuta ieri e oggi.”
Russia – Ucraina
“Ho informato i miei partner in modo piuttosto dettagliato, durante gli incontri di oggi e di ieri, sulle nostre valutazioni della situazione attuale in Ucraina. Ciò includeva questioni all’ordine del giorno dei BRICS, come la riforma del sistema di governance globale.
Se osserviamo le istituzioni di Bretton Woods da questa prospettiva e consideriamo le statistiche degli ultimi tre o quattro anni – non ricordo la cifra esatta a memoria e non posso garantire che sia precisa – possiamo vedere quali Paesi hanno ricevuto prestiti e in quale misura.
Negli ultimi tre o quattro anni, l’Ucraina ha ricevuto prestiti dal Fondo Monetario Internazionale – temo di sbagliarmi di poco – pari a circa il 600% della sua quota, in altre parole sei volte la sua quota.
Questa cifra è di gran lunga superiore ai prestiti ricevuti da tutti i Paesi africani messi insieme nello stesso periodo. Ciò dimostra chiaramente come vengano attualmente gestite le istituzioni di Bretton Woods e nell’interesse di chi. Certamente non nell’interesse di una governance globale equa.
Nessuno dei miei colleghi ha fatto commenti sulla crisi ucraina durante le riunioni di ieri o di oggi. Ma, ripeto, abbiamo fornito una valutazione fondamentale di quanto sta accadendo, soprattutto considerando che la riforma delle Nazioni Unite era anch’essa all’ordine del giorno dei nostri incontri a Nuova Delhi.
Tra le altre cose, abbiamo chiesto con fermezza il rispetto di tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite senza eccezioni, non in modo selettivo, ma nella loro interezza e interdipendenza.
Abbiamo prestato particolare attenzione a una sezione della Carta delle Nazioni Unite che, per qualche ragione, i nostri colleghi occidentali hanno smesso di citare e di richiamare. Mi riferisco al principio sancito dal primo articolo della Carta delle Nazioni Unite, che impone di tutelare i diritti umani indipendentemente da razza, sesso, lingua o religione.
Abbiamo sottolineato come questa specifica clausola relativa alla lingua e alla religione venga palesemente violata dal regime nazista insediato dall’Occidente a Kiev nel febbraio 2014.
Ho già fatto presente questo punto ai giornalisti: l’Ucraina è l’unico Paese al mondo in cui un’intera lingua – per di più una lingua ufficiale delle Nazioni Unite – è stata bandita da ogni ambito della vita.
E quei rappresentanti occidentali e di altre nazionalità che ritengono opportuno dialogare con il regime di Kiev non menzionano mai, almeno per quanto ne sappiamo, la necessità di tornare alle norme universalmente accettate in materia di lingua e religione.
Nei Paesi arabi non c’è alcun problema con l’ebraico. Israele non ha problemi con l’arabo o il farsi. Ovunque si guardi nel mondo, diverse religioni, tradizioni e civiltà coesistono.
Eppure, in Ucraina, questa flagrante violazione dei diritti umani fondamentali viene considerata normale.
A proposito, ho sentito dire che, quando ai nostri colleghi occidentali, compresi alcuni americani, viene ricordato questo aspetto, rispondono che, se si raggiungerà un accordo, includeranno certamente l’obiettivo di ripristinare il rispetto dei diritti umani in materia di lingua e religione.
Ma questa non può essere una condizione per un accordo. Queste cose devono essere fatte senza alcuna concessione reciproca, semplicemente perché rappresentano un obbligo dell’Ucraina non solo in base alla Carta delle Nazioni Unite, ma anche in base alla propria Costituzione – che, per quanto ne so, è ancora in vigore – nella quale i diritti dei russi e delle altre minoranze sono sanciti e garantiti dallo Stato.
Eppure, hanno approvato una serie di leggi che violano la loro stessa Costituzione, e queste leggi vengono imposte con la forza alla popolazione nella vita quotidiana.
I miei colleghi hanno ascoltato con attenzione. Sono sicuro che comprendano ciò che sta accadendo. Ma non sono stati fatti commenti sugli affari ucraini.”
Zelensky incontra la stampa dichiarando che la Russia ha in programma di colpire l’edificio della presidenza e la residenza presidenziale
Il Presidente ucraino, inaspettatamente, il 15 maggio ha voluto incontrare la stampa, dichiarando che la Russia avrebbe in programma di colpire l’ufficio del Presidente a Kiev e la residenza presidenziale di Koncha Zaspa.
In particolare, il leader ucraino, citando documenti ottenuti dall’agenzia di intelligence militare ucraina (HUR), ha affermato che Mosca avrebbe preso di mira in totale circa una ventina di “centri decisionali”, tra cui edifici governativi e posti di comando militari.
Un documento includeva le coordinate delle strutture, nonché l’ubicazione di tre rifugi sotterraneinel centro di Kiev.
“Naturalmente, abbiamo tenuto conto di queste informazioni”, ha dichiarato Zelensky. “La Russia deve porre fine alla guerra e negoziare una pace dignitosa, anziché cercare nuovi modi per intimidire l’Ucraina.”
Questa esternazione è stata seguita dal consueto discorso serale alla Nazione, nel quale il leader di Kiev, attraverso una retorica decisamente brillante, seppure continuando a descrivere scenari di guerra e incitando la popolazione alla resistenza, è sembrato, secondo alcuni analisti internazionali, manifestare segnali di logoramento psicologico, forse determinati da uno stress prolungato e interminabile.
“ Oggi abbiamo riportato a casa 209 dei nostri concittadini: 205 militari, la maggior parte dei quali tenuti prigionieri dal 2022, e quattro civili catturati dai russi lo scorso anno nella zona di Sumy.
Questo scambio rappresenta la prima fase del più ampio programma di scambio che abbiamo concordato, con un rapporto di 1000 a 1000. Stiamo lavorando per garantire che vi siano anche altre fasi.
Il ritorno a casa dei nostri concittadini dopo la prigionia è sempre una delle notizie più belle e incoraggianti. Desidero ringraziare i mediatori, gli Stati Uniti. Prima del 9 maggio abbiamo discusso con loro delle garanzie politiche necessarie per l’attuazione di questi accordi…
Oggi si è tenuto anche un incontro approfondito con i nostri servizi di intelligence: il Servizio di intelligence della difesa dell’Ucraina, il Servizio di intelligence estera, il Servizio di sicurezza dell’Ucraina e lo Stato Maggiore dell’Ucraina. Sono state discusse diverse questioni importanti.
Naturalmente, dobbiamo rispondere agli attacchi russi contro le nostre città e i nostri villaggi in modo giusto e concreto. Ho approvato alcune modalità di risposta. Ieri sera il nemico ha già subito attacchi che hanno colpito, in particolare, i suoi impianti petroliferi e siti militari. Stiamo proseguendo queste operazioni…
E un’ultima cosa. Stamattina mi trovavo a Kiev, sul luogo dove i russi hanno distrutto un edificio residenziale – un normale condominio – con il loro missile Kh-101. Hanno praticamente raso al suolo un’intera sezione di nove piani.
I resti del missile sono stati ritrovati nel seminterrato. Ventiquattro persone sono morte, tra cui tre bambini. Persone comuni. Erano semplicemente a casa, purtroppo. Le mie più sentite condoglianze alle loro famiglie e ai loro cari.
È importante che il mondo non rimanga in silenzio di fronte a questi attacchi ed è importante che il sostegno all’Ucraina continui. Questo sostegno non significa appropriarsi di ciò che appartiene ad altri, ma aiutare gli ucraini a difendere ciò che è nostro: la nostra libertà, le nostre vite.
Difenderemo sicuramente l’Ucraina. Non importa quali minacce affronteremo: l’Ucraina esiste e resisterà. La Russia deve porre fine a questa guerra. Abbiamo bisogno di pace.”
Lo scandalo nel settore energetico visto da una giornalista ucraina
Desidero chiudere questo lungo articolo con due stralci di un lungo editoriale pubblicato il 13 maggio u.s. da Anastasiia Lapatina, nota giornalista ucraina, che senza mezzi termini ci consente di comprendere il livello di gravità dello scandalo che sta sconvolgendo i palazzi del potere di Kiev.
La giornalista, in estrema sintesi, afferma che:
“Non ci crederete, ma il più grande scandalo di corruzione nella storia moderna dell’Ucraina sta peggiorando ulteriormente…
Il piano, rivelato dall’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina (NABU), ha portato al licenziamento di due ministri e del famigerato capo di gabinetto del presidente. All’epoca, lo scandalo coinvolse diversi amici e collaboratori stretti di Volodymyr Zelensky, ma non lo toccò personalmente.
Tutto è cambiato due settimane orsono, quando i media ucraini hanno rivelato documenti ineditiche potrebbero collegare lo stesso Zelensky alla vicenda…
I file in questione sono le trascrizioni delle conversazioni registrate dalla NABU durante le intercettazioni telefoniche nell’appartamento di uno dei capi dell’organizzazione, Tymur Mindich, magnate e socio in affari di lunga data di Zelensky.
L’agenzia ha reso pubblici alcuni frammenti di queste registrazioni audio lo scorso novembre, ma centinaia di ore di audio sono rimaste inedite.
Lo scandalo sta esplodendo
Questo mese, tuttavia, le trascrizioni di alcune di queste registrazioni audio sono state divulgate a Ukrainska Pravda, una delle principali testate giornalistiche ucraine, e ai parlamentari dell’opposizione ucraina Oleksii Honcharenko e Yaroslav Zheleznyak.
Sia Ukrainska Pravda sia Zheleznyak hanno affermato di ritenere che i file facessero parte del materiale probatorio nel caso di corruzione nel settore energetico e che fossero stati divulgati da uno dei numerosi imputati nel caso o dai loro avvocati.
Le trascrizioni rivelano una miriade di dettagli compromettenti sul governo ucraino. In particolare, una trascrizione menziona un certo “Vova”, diminutivo di Volodymyr, durante una discussione sulla costruzione di quattro lussuose ville nella periferia di Kiev.
Poi, ieri, è arrivata un’altra notizia sconvolgente: la NABU e la sua agenzia gemella, la Procura Specializzata Anticorruzione, hanno incriminato l’ex capo di gabinetto di Zelensky, Andriy Yermak, per riciclaggio di denaro proprio in relazione a quel progetto di costruzione, confermando di fatto l’autenticità delle trascrizioni trapelate…
Le oltre 1.400 pagine di documenti trapelati rivelano un numero sorprendente di dettagli compromettenti su come un gruppo di amici di Zelensky, tra cui Mindich, abbia esercitato influenza sui settori della difesa, bancario e su altri settori strategici del Paese.
Una conversazione rivela possibili macchinazioni illegali legate alla nazionalizzazione di un grande impianto chimico e di una banca. Un’altra conferma i legami, già segnalati in precedenza, di Mindich con Fire Point, nota azienda ucraina produttrice di droni e missili dalle origini poco chiare.
Nelle trascrizioni, Mindich si lamenta con l’allora Ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, per la mancanza di finanziamenti governativi a Fire Point. Discutono anche di un accordo per la vendita di una parte dell’azienda con un esborso di 300 milioni di dollari a favore dei beneficiari, tra i quali figurerebbe lo stesso Mindich…
La negabilità inverosimile di Zelensky
Per anni, Zelensky ha goduto di una certa plausibile possibilità di negare le proprie responsabilità in merito alla corruzione nella sua cerchia.
Si è acceso un vero e proprio dibattito sul fatto che il presidente fosse a conoscenza della corruzione commessa da persone che aveva portato al potere, persone con cui condivideva le festività familiari, oppure se fosse piuttosto una vittima ingenua.
Questo dibattito si è sviluppato perché nessuna indagine aveva mai collocato Zelensky al centro di alcun complotto. Sebbene le persone a lui vicine traessero chiaramente profitto dal loro accesso al presidente, non è mai emersa una villa segreta o qualche altra ricchezza di origine sconosciuta riconducibile personalmente a Zelensky.
Questa era una precisazione importante, che ha permesso di sostenere e credere sinceramente a una narrazione del tipo: “se solo lo zar avesse saputo”, assolvendo così Zelensky.
Le trascrizioni trapelate e le accuse mosse dalla NABU contro tre dei suoi stretti collaboratori – Mindich, Chernyshov e Yermak – rendono molto più difficile credere all’ingenuità di Zelensky.
E il presidente sembra dolorosamente consapevole di questo fatto perché, nelle due settimane trascorse dalla comparsa delle trascrizioni, non ha ancora negato il proprio coinvolgimento, non ha scaricato la colpa su qualche altro “Vova”, non ha messo in dubbio l’autenticità delle trascrizioni né ha detto assolutamente nulla al riguardo.
L’unico commento ufficiale sulla questione da parte dell’ufficio del presidente è che non ne hanno uno.”
Lo scandalo di corruzione che sta lentamente travolgendo Zelensky solleva molti interrogativi, il più difficile dei quali è se sia realisticamente possibile, in tempi brevi, chiedere conto a Zelensky delle sue azioni.
Come molti leader democratici, i presidenti ucraini godono di immunità durante il loro mandato. Il presidente risponde al popolo attraverso il processo elettorale e, in tempi normali, il popolo può destituirlo tramite votazione qualora abusasse del proprio potere.
L’altra opzione disponibile in tempi normali sarebbe l’impeachment. In teoria, il parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, potrebbe mettere sotto accusa Zelensky per corruzione, sebbene si tratti di un processo significativamente più complesso rispetto agli Stati Uniti e richieda l’approvazione della Corte Suprema e della Corte Costituzionale ucraine.
Il presidente del parlamento assumerebbe quindi le funzioni del presidente. Il presidente, ormai cittadino privato, perderebbe la sua immunità e finirebbe sotto la giurisdizione del NABU e di altre forze dell’ordine.
Ma i tempi in Ucraina non sono normali.
Gli ucraini non possono destituire Zelensky perché, come ho già spiegato su Lawfare, le elezioni sono troppo rischiose, costose e politicamente pericolose da tenere durante un conflitto attivo, senza contare che sono esplicitamente vietate quando il Paese è sotto legge marziale, come lo è ora.
L’impeachment è legale ma politicamente impossibile, soprattutto perché il parlamento, nella sua forma attuale, non riuscirebbe mai a raccogliere i voti necessari per portarlo a termine.
E poi c’è il fatto che, nonostante tutti gli scandali di corruzione, Zelensky rimane sorprendentemente popolare. Un recente sondaggio, condotto pochi giorni prima della pubblicazione delle trascrizioni, attribuisce il suo indice di gradimento al 58%, un dato che qualsiasi recente presidente americano invidierebbe.
Dal 2022, il presidente è riuscito a mantenere stabile il suo indice di gradimento intorno al 60% medio annuo. Persino la presenza di un braccio destro come Yermak, che non godeva della fiducia di oltre il 60% del Paese, non ha danneggiato il gradimento del presidente.
Né ha inciso negativamente il tentativo del governo di smantellare gli organi anticorruzione del Paese, che ha provocato le prime proteste a livello nazionale in Ucraina dal 2022.
I sondaggi mostrano inoltre che la stragrande maggioranza del Paese non è favorevole allo svolgimento di elezioni in tempo di guerra.
In altre parole, non c’è alcuna volontà di rimuovere Zelensky: né tra il grande pubblico, né tra le élite politiche, né nella società civile.
Persino le recenti rivelazioni non hanno scosso il consenso generale secondo cui tentare un cambio di leadership in tempo di guerra presenterebbe rischi insormontabili.
Posti di fronte alla scelta tra tollerare la corruzione e provocare una crisi di leadership durante la guerra, gli ucraini sembrano rassegnarsi a mettere da parte la questione della responsabilità.
A quanto pare, per ora, “Vova” la farà franca.”
Conclusione
Il “delirio di onnipotenza” nei dittatori è un complesso intreccio tra narcisismo patologico e meccanismi di difesa estremi. Più che una vera e propria patologia clinica, è una “sindrome da potere”: la convinzione, nutrita dal controllo assoluto, di essere infallibili, al di sopra delle leggi e padroni del destino. (dott. Alessandro Pedrazzi)
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani



































