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È silente, maestoso, rude ma appartiene alle radici di ogni peligno: il Monte Morrone. Questa nostra montagna è stata sede di studio da parte dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag). Riguarda i precursori sismici. Le ricerche sono state svolte in Islanda e lungo la Faglia del Monte Morrone, nei pressi di Roccacasale e i risultati hanno messo in luce forti anomalie geochimiche che precedono eventi sismici e vulcanici. I risultati mostrano che il monitoraggio sistematico idrogeochimico delle acque sotterranee costituisce un percorso di studio.  Gli studi geochimici del Monte Morrone, sede di forti terremoti storici, hanno messo in luce la presenza, nelle rocce della faglia, di strutture delle dimensioni dei micron riconducibili a fluidi che sono risultati particolarmente ricchi in vanadio, probabile testimonianza di antiche anomalie. I risultati sembrano validare i precursori idrogeochimici ricchi in vanadio (ed anche arsenico e ferro) registrati nell’area di Sulmona prima della sequenza sismica del 2016 in Appennino centrale. Questi fluidi profondi, intrappolati ad alcuni chilometri di profondità nella crosta terrestre, risalirebbero verso la superficie terrestre settimane o addirittura mesi prima di terremoti intermedi e forti, con una composizione chimica anomala, e si possono mescolare con le acque superficiali. Con analisi chimiche ad hoc possono essere riconosciuti dai geologi e costituire un mezzo efficace nel filone degli studi predittivi di fenomeni sismici e vulcanici; resta certo che prevedere precisamente dove e quando si verificherà un terremoto è ancora un obiettivo remoto per geologi e geofisici. La predizione di tali eventi non è ancora dietro l’angolo, necessita di molto tempo e studi approfonditi e continuativi su larga scala, ma questa strada sembra avere grande interesse scientifico. 

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