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SULMONA – L’occhio della televisione del territorio, perchè tale resta, è bastato per toccare le corde del cuore a molti degli ex alunni del Liceo Classico Ovidio, all’indomani della consegna del cantiere dopo tredici lunghissimi anni. Per questo riceviamo e pubblichiamo la nota della docente Valentina Venti, ex liceale del Classico.

“Sono stata una studentessa del Liceo Classico “Ovidio” dal 1990 al 1995. Per cinque lunghi ed intensi anni, ogni mattina salivo sull’autobus che da Viale Stazione mi portava direttamente in Piazza XX Settembre. Arrivavo con quasi mezz’ora di anticipo e appena scesa si avvicinava quell’amica che mi rivolgeva sempre la stessa domanda: “Passeggiatina?”. Chiacchierando si arrivava fino alla fine dei portici, per poi tornare indietro e trovare il portone aperto. Il primo giorno di scuola del mio primo anno (all’epoca era ancora il “IV ginnasio”) mi sono sentita piccola passando attraverso quel portone di legno antico. L’ultimo giorno del mio ultimo anno (all’epoca “III liceo”) ne sono uscita piangendo. Sono entrata poco più che bambina e sono uscita donna, con tutta la paura e l’emozione che si prova nel programmare la propria vita, presente e futura, ma già forte di un bagaglio non solo di conoscenze e nozioni, ma soprattutto di esperienze ed emozioni. Perché in quelle aule un po’ buie, lungo quei corridoi austeri, tra quei banchi a volte troppo piccoli per noi, abbiamo vissuto esaltanti conquiste e vertiginose delusioni, abbiamo assaporato il gusto dolce della soddisfazione e quello amaro dell’ingiustizia, abbiamo condiviso amore, amicizia e, ammettiamolo, anche rabbia e rancore. Perché si cresce solo se si passa attraverso ogni sfaccettatura delle nostre emozioni. Oggi, all’ora di pranzo, ho ricevuto un video su WhatsApp e quando ho visto le immagini del mio, del nostro Liceo finalmente aperto per accogliere chi lo riporterà all’antico splendore ed uso, non ho potuto fare altro che sorridere e asciugare le lacrime. Perché ho riconosciuto la porta di una delle aule in cui ho vissuto. Ho risentito l’odore di legno e carta della biblioteca. Ho riascoltato il calpestio dei nostri piedi sulle scale. Ho rivisto la piazza offrirsi ai miei occhi all’uscita di scuola, con la statua di Ovidio e lo struscio del Corso. Ho ricordato di quando a ricreazione legavamo tra loro le nostre sciarpe ed attaccavamo uno zaino a questa corda improvvisata per poi calarla dalla finestra e far avere al proprietario della pasticceria di Via San Cosimo i soldi e l’elenco delle pastarelle per la merenda (poi il Preside se ne accorse e le sue urla fecero tremare i vetri dell’aula!). Ho ripensato alle assemblee improvvisate per protestare contro la Guerra del Golfo. E poi all’autogestione. E al corso di teatro. Ed ai nostri docenti, quelli che non programmavano le interrogazioni, che a mala pena utilizzavano la lavagna di ardesia, che ti costringevano ad essere sempre pronti, attenti, a riempire interi quaderni di appunti, a leggere decine e decine di pagine per una sola verifica orale, a porre domande, a metterti in discussione. Oggi è un grande giorno per la nostra città perché si sta riappropriando di parte della sua identità. Tra due anni una nuova generazione di studenti avrà la possibilità di vedere di nuovo quell’antico portone aprirsi e chi deciderà di attraversarlo lo farà sentendosi piccolo e ne uscirà alla fine piangendo”.

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