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PACENTRO – Continua a tenere banco la famigerata inchiesta sulle licenze taxi del comune di Pacentro che arriva al terzo grado di giudizio. Ad impugnare la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila del 25 febbraio 2019 è stata l’ex Dirigente del Comune, F.I, condannata per due volte a due anni e sei mesi di reclusione per abuso d’ufficio e falso. La sentenza di secondo grado aveva ricalcato la decisione assunta nel febbraio 2017 dal Tribunale di Sulmona. Con delibera numero 23 del 19 febbraio scorso, pubblicata sull’Albo Pretorio del sito istituzionale del comune di Pacentro, la Giunta Comunale ha autorizzato il sindaco Guido Angelilli a costituirsi nel giudizio davanti la Corte di Cassazione e ha conferito l’incarico di difesa e rappresentanza del Comune all’avvocato del foro di Sulmona, Alessandra Vella.  L’udienza del prossimo mese  sarà decisiva e definitiva. L’inchiesta, denominata taxi drive, partì nel 2007 da un controllo della Polizia Stradale di Pratola Peligna sulle licenze taxi. Gli agenti controllarono un taxi in transito e si insospettirono quando il proprietario del mezzo, residente a Roma, dichiarò di essere in possesso di una regolare licenza rilasciata dal comune di Pacentro. Subito partirono gli accertamenti del caso. Furono denunciati l’ex sindaco Fernando Caparso e i consiglieri di maggioranza dell’epoca, oltre all’ex dirigente. Tutti gli amministratori che finirono sotto inchiesta, compreso l’ex primo cittadino, riuscirono a dimostrare nel 2014 la loro completa estraneità ai fatti. Il processo è andato avanti con un’unica imputata. Secondo l’accusa l’ex dirigente avrebbe firmato materialmente le autorizzazioni e le licenze a persone che non risiedevano sul territorio comunale di Pacentro. Da qui la sentenza di condanna da parte del Tribunale di Sulmona e della Corte d’Appello dell’Aquila per falso e abuso d’ufficio a due anni e sei mesi di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni al Comune da quantificare in sede civile. L’ex dirigente si gioca l’ultima carta dell’udienza in Cassazione. Una vicenda che all’epoca fece scalpore, tanto da rimbalzare anche sulla cronaca nazionale.

Andrea D’Aurelio

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