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SULMONA – “Se la cosa non verrà opportunamente regolamentata, ci ritroveremo a casa un’altra volta, i reparti scoppieranno nuovamente e ciao che crisi economica. Poi non lamentatevi però. Zero buonsenso, zero umanità”. Lo sfogo-denuncia arriva da un’infermiera sulmonese, Erika Venditti, in servizio all’ospedale di Brescia, in prima linea nel reparto di terapia intensiva per assistere i pazienti Covid. Mentre in città si parla di come gestire la fase due e gli assembramenti del sabato sera, la giovane operatrice sanitaria parla cuore a cuore con i giovani, per ribadire che il graduale ritorno alla normalità non fa venir meno la lotta contro il virus. “Ci terrei a dire una cosa, anche se a nessuno fregherà niente. So che la voglia di uscire è tanta dopo essere stati chiusi in casa due mesi, so che tutti volete andare in vacanza, tornare dalle vostre famiglie al Sud, tornare alla normalità. Ma c’è una verità purtroppo dolorosa che i più non hanno intenzione di vedere. Chiudono gli occhi, negandola, perché fa troppo male ammettere come stanno le cose. Non siamo tornati alla normalità. Non sappiamo se, quando e come ci torneremo. La riapertura dell’ Italia non è dovuta al fatto che il virus ormai si è andato a fare un giro da un’altra parte, non è scomparso. Non uccide solo i vecchi. Averlo contratto da asintomatici non garantisce l’immunità, non ci sono abbastanza prove a riguardo. Ho visto gente non indossare volontariamente la mascherina perché ‘fa solo male, non si respira, in Svizzera nessuno la porta’”- tuona la giovane infermiera che si domanda: “che fine hanno fatto le urla contro i runner a inizio pandemia? Che fine hanno fatto i raduni sui balconi con la musica a palla? Che fine hanno fatto gli  andrà tutto bene? Lo sapete perché gli accessi nei pronto soccorso sono diminuiti? Perché i reparti stanno respirando?”. Erika una risposta ce l’ha: “perché ci è stato imposto di rimanere chiusi in casa. E in tutto ciò infermieri, medici e operatori sanitari hanno continuato a lavorare, mettendo a rischio ogni giorno se stessi e la propria famiglia, quando non vi si allontanavano spontaneamente, per la loro sicurezza. E hanno continuato, continuiamo, a indossare mascherine per 8 ore al giorno e chiediamo anche ai pazienti di indossarla, per proteggere noi e loro. E voi fuori. Eppure. Assembramenti vietati? Chissene frega ho voglia di un pirlo. Passeggiata sul lago? Cavolo è pieno di gente, ma si se vanno loro vado anche io. Mascherine sotto il mento, appese all’orecchio, sopra gli occhi per scherzare. Se la cosa non verrà opportunamente regolamentata, ci ritroveremo a casa un’altra volta, i reparti scoppieranno nuovamente e ciao che crisi economica. Poi non lamentatevi però. Zero buonsenso, zero umanità. Hanno aperto le gabbie, gli eroi sono tornati ad essere fantasmi chiusi in luoghi di cui non volete riconoscere la presenza, di cui temete perfino l’odore. Volevo solo credere nell’umanità.” E’ un diverso punto di vista, nudo e crudo, che vale la pena però leggere perché fa riflettere. Arriva da una giovane sulmonese che, come gli altri, sogna la normalità. Ed è sul fronte a combattere ancora per riaverla il prima possibile.

Andrea D’Aurelio

 

 

 

 

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