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Oggi cade l’anniversario della comunicazione alla radio della morte di HITLER, avvenuta il 30 Aprile, su questo è stato scritto tutto e di più, queste pagine vogliono essere un piccolo contributo alla verità, analizzando alcuni dettagli noti e non noti sulle indagini condotte dai Russi che per primi arrivarono al bunker.

LA STORIA CHE CONOSCIAMO

Verso la fine di Marzo del 1945, l’armata rossa aveva stretto Berlino in una morsa, le ultime difese del Reich, affidate ad adolescenti e anziani, cercavano di contrastarne inutilmente l’avanzata. La battaglia di Berlino infuriava fuori dal bunker sotto il Reichstag, durissima, casa per casa, strada per strada, mentre le batterie sovietiche distruggevano quel poco che era rimasto in piedi dopo i bombardamenti a tappeto dei giorni precedenti. Hitler e i membri del suo staff si erano ritirati nel bunker, dove secondo le testimonianze dei sopravissuti, regnava un’atmosfera tetra, quasi surreale: si ballava al suono di un fonografo mentre i razzi Katiuscia e i mortai sovietici tuonavano a foto1a_bpoche centinaia di metri percepiti come un sordo rimbombo tra i muri di cemento armato, si cercava di rimanere allegri con la morte vicino, con l’odore dei morti non sepolti tra le macerie esterne, mentre un forte tanfo di urina dovuto alla rottura delle fognature permeava l’ambiente. Ma vediamo una bella ricostruzione realizzata da “Analisi Difesa” gli ultimi istanti di vita di Hitler.

ore 8.30. Berlino. Mentre i sovietici bombardano la città, Joseph Goebbels e i sei figli fanno colazione nel bunker, la moglie Magda riposa distesa su un divano.

Ore 11.30 Eva Braun, che ha sposato Hitler il giorno prima, finisce di truccarsi nella parte inferiore del bunker. Poi, insieme alla segretaria Traudl Junge, ricorda i tempi più felici. Alle 12 Hitler convoca i suoi generali, il morale è basso e le munizioni stanno finendo.

ore 12.30. Eva sceglie il suo ultimo abito, è nero con rose banche al collo. Intanto nel suo studio Hitler convoca Martin Bormann e gli comunica la volontà di porre fine alla sua vita nel pomeriggio. Al piano di sopra Constanze Manziarly sta cucinando l’ultimo pasto del dittatore: spaghetti e insalata. A pranzo Hitler parla del difficile futuro della Germania. Ma anche gli uomini del suo staff non ne possono più dei suoi monologhi sull’arte moderna, sulla razza, sulla filosofia e si abbandonano al bere.

ore 14.45. Hitler convoca tutti per il saluto finale. Dà la mano a ognuno, la moglie ringrazia per ciò che hanno fatto. Joseph Goebbels che ha giurato lealtà al Fuhrer fino alla morte e che ha condotto la sua famiglia nel bunker fa un ultimo tentativo: «Mein Führer, possiamo ancora fuggire. La prego di considerare l’opzione». Il Führer replica: «Conosci la mia decisione e non cambierò idea. Tu e la tua famiglia potete lasciare Berlino, naturalmente». Goebbels lo guarda negli occhi: «Resteremo e seguiremo il suo esempio».

Ore 15.15. Magda Goebbels, in lacrime per la sorte dei suoi sei figli, supplica Hitler di ripensarci, ma la risposta di Adolf è secca. Nella cantina della cancelleria del Reich qualcuno mette su un disco e i soldati ballano con le infermiere. Traudl Junge dà da mangiare ai figli di Goebbels, convinti di essere al sicuro nel bunker. Chiede loro quali giochi vorranno fare dopo il pasto.

ore 15.40. Heinz Linge e Martin Bormann entrano nello studio del capo e trovano i corpi di Hitler e sua moglie sul divano. Hitler dopo aver ingoiato il cianuro si è sparato alla tempia destra, il tappeto è pieno di sangue. A terra, sul tappeto intriso di sangue, c’è la sua pistola Walther PPK. La faccia di Eva è invece contorta per via del veleno. Come da ordini ricevuti, dieci minuti dopo i corpi vengono portati all’uscita di emergenza del bunker, cosparsi di benzina e bruciati.

ore 19.30 Magda Goebbels mette a letto i figli. La mattina dopo dirà loro che devono vaccinarsi. I bimbi ingeriranno capsule di cianuro, i genitori si suicideranno subito dopo. Intanto, nella Cancelleria, nessuno sa che Hitler è morto. La cuoca continua a preparare il suo pasto a base di uova e patate. La notizia della morte di Hitler viene data il 1 maggio via radio.

I suoi resti carbonizzati saranno recuperati dalla “Smersh” un’unità di intelligence dell’Armata Rossa e portati via in segreto. L’identità del Führer verrà confermata dal suo dentista, Hugo Blaschke, dopo l’esame dell’impronta dentale di una mandibola. Nel 1970 i suoi resti, che furono sepolti a Magdeburgo, furono riesumati, frantumati e le ceneri disperse nel fiume Elba.

Ma fu proprio cosi? Hitler mori veramente nel bunker, alcune ricostruzioni e fatti ci indicano che la verità, non è quella che ci hanno raccontato. Vediamola.

LA VERSIONE DEL KGB

bunkerDurante la battaglia di Berlino, Stalin aveva dato ordine di sguinzagliare i migliori elementi dello SMERSCH, il controspionaggio russo, alla ricerca di tesori d’arte, documenti o comunque materiale di interesse per i servizi segreti. I cadaveri furono immediatamente trasportati a Buch, un sobborgo di Berlino, dove un team di medici procedette alla identificazione; per quanto riguarda i resti di Hitler, in effetti non vi era rimasto molto su cui fare affidamento, le carni erano quasi completamente consumate dal fuoco, ma il ponte dentario e parte della mascella furono confrontati con la documentazione medica sottratta al dentista del Führer e questo fugò ogni dubbio. Il nove maggio, giorno in cui terminò ufficialmente l’autopsia, i russi affermarono che Hitler era morto. I file, il dossier e le fotografie relative alla morte del Führer furono mantenuti nel più assoluto segreto anche per molti ufficiali dello SMERSCH e fu imposto il veto a chiunque sapesse qualcosa di far trapelare la minima notizia al riguardo, pena una detenzione decennale nelle carceri russe.

LA VERSIONE DI STALIN: OPERAZIONE MITO

hitler2Mosca tuttavia non sostenne mai il rapporto dell’NKDV che divenne la fonte ufficiale per l’Occidente e questo creò diversi problemi per quanto riguarda il problema di una possibile fuga di Hitler. Perché Stalin sostenne per molti anni la tesi della fuga di Hitler contrariamente a ciò che i suoi servizi di sicurezza avevano affermato? Una delle operazioni più bizzarre dell’intelligence sovietica è quella che viene oggi conosciuta con il nome Operazione Mito ed ebbe inizio durante la conferenza di Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945): Stalin raccontò all’allora segretario di stato americano James F. Byrnes che Hitler era vivo e si era rifugiato probabilmente in Spagna o in Argentina. Più volte nel corso degli anni i russi ventilarono questa tesi definendola ufficialmente Operatsiya Mif (OperazioneMito). I tre grandi della Conferenza di Yalta: Stalin confidò ai colleghi statisti che Hitler era fuggito in Sud America, molto probabilmente in Argentina. Perché Stalin continuava a diffondere la sua versione sulla fuga di Hitler nonostante le prove raccolte dal KGB?Una possibile ragione addotta dagli studiosi riguarda il fatto che, al termine della seconda guerra mondiale cominciarono ad acuirsi le tensioni tra le superpotenze statunitense e sovietica e il mondo scivolò quasi senza accorgersene nel lungo periodo che definiamo guerra fredda.

NOVITA’ DAGLI ARCHIVI SEGRETI RUSSI

Il governo sovietico mantenne il segreto più assoluto sul file HITLER fino al 1968 quando con un libro del giornalista Lev Bezymensky trapelarono alcuni particolari interessanti (insieme a forzature e deliberate distorsioni della verità): il libro, edito in Usa e in Inghilterra ma non in Russia, era la prima pubblicazione a mostrare i risultati dell’inchiesta sovietica intorno ai resti di Hitler. In seguito nel 1993, il governo Yeltsin diede la possibilità di accedere ai file del KGB relativi alla morte di Hitler a giornalisti russi e britannici e qualche anno dopo, concesse al mondo intero di visionare i resti del Führer in una mostra organizzata in occasione del cinquantacinquesimo anniversario della cattura di Berlino da parte dell’armata rossa alla sede degli Archivi di Stato.

UNA PROVA INOPPUGNABILE: IL TESCHIO DI HITLER

teschioNel 2002 il dr. Mark Benecke, eminente biologo forense tedesco che collabora con la polizia criminale e conduceva un crime show per una rete televisiva del suo paese, visitò Mosca e decise di dare un’occhiata ai famosi archivi del Cremlino; inaspettatamente, un archivista gli mostrò un piccolo contenitore per floppy disk precedentemente appartenuto al KGB/FSBe ora di proprietà degli Archivi di Stato russi. Al suo interno era conservato una parte di cranio bruciacchiato con un evidente foro di pallottola e parte dei denti con un ponte molto particolare. Benecke osservò: “Hitler aveva una pessima dentatura. Prima della guerra, chiese al suo dentista, il dr. Blaschke, di fissargli definitivamente i denti malfermi. Egli costruì un ponte piuttosto strano, molto solido ma di proporzioni enormi.”  Effettivamente ci sono voci circolanti sull’alito cattivo del Führer, dovuto sia alla sua alimentazione eccessivamente ricca di dolci, sia al carattere collerico che influenzava la digestione, sia alla sua dentatura poco curata. Con quel ponte così grande gli specialisti che esaminarono i resti del cranio e della dentatura, si chiesero come potesse Hitler baciare Eva Braun. Ad ogni modo, Benecke lo mise a confronto con una radiografia dentistica del 1944, recuperata dai servizi segreti russi. Il ponte risultò essere il medesimo. Era la prova finale: quello era davvero il cranio di Hitler, le testimonianze del KGB erano state verificate. Tuttavia, non avendo a disposizione un trapano sterile durante la sua visita, il medico tedesco non poté procurarsi il materiale genetico necessario per un esame del DNA; ad ogni modo, in base alla sua esperienza di biologo forense egli affermò: “Mi piacerebbe fare un esame del DNA, comunque per quanto mi riguarda, la storia si chiude qui, se per un teschio potrebbero esserci dei dubbi, un ponte dentario è la prova definitiva, Hitler morì suicida sparandosi un colpo di pistola dalla bocca, il caso è chiuso”. Tuttavia successive indagini compiute nel 2009 hanno chiaramente dimostrato che il cranio conservato a Mosca è quello di una donna, come pure la mandibola; un’altra analisi recente al DNA ha fugato ogni dubbio: i resti non appartengono nemmeno a Eva Braun, il confronto genetico con i parenti non lascia dubbi; inoltre conoscendo la minuziosa preparazione, l’astuzia e lo zelo con cui i servizi segreti tedeschi preparavano in anticipo i piani di fuga alternativi, non sembra esservi nulla che si opponga a questa ipotesi. Anzi lo SMERSH e Stalin fecero di tutto per alimentare tale versione. In definitiva i rapporti del KGB affermarono che Hitler si era suicidato col cianuro e si era sparato, ma nulla di tutto ciò poté essere provato e quindi sembra confermato che l’unico reperto che avrebbe potuto dimostrare il suicidio di Hitler è un falso, o comunque non è una parte del corpo di Hitler.

 HITLER NON E’ MORTO NEL BUNKER

Sappiamo inoltre che Hitler aveva a sua disposizione diversi sosia che lo sostituivano in occasioni pubbliche in cui la sua vita poteva essere a rischio; anzi il primo corpo che i russi trovarono entrando nel bunker fu proprio quello di un sosia a cui era stato sparato un colpo a bruciapelo sulla fronte; evidentemente i collaboratori di Hitler  utilizzarono l’ultima disperata carta a loro disposizione che avrebbe dovuto convincerli a desistere dall’ inseguimento. Dopo un breve confronto con fotografie alla mano e dopo aver interrogato i membri dello staff del bunker, non passò molto tempo che il KGB si accorse dell’inganno e riprese a cercare il Führer trovando i corpi carbonizzati ed estraendone i frammenti del cranio e della mascella. C’è un altro aspetto di cui tenere conto: il libro fondamentale su cui si basa la tesi del suicidio di Hitler fu scritto da Sir Hugh Trevor Roper, all’epoca giovane ufficiale dell’Intelligence britannico che poté entrare nel bunker pochi giorni dopo i russi. Churchill voleva a tutti i costi dare al mondo le prove della morte del Führer per fare ripartire l’economia e dare inizio alla ripresa. Cosa degna di nota, Trevor Roper fu la persona che verificò l’autenticità dei famosi diari di Hitler nel 1983, che il settimanale tedesco Stern mostrò al mondo. Si rivelarono un falso clamoroso e Trevor Roper perse parecchio credito presso gli storici. E la sua tesi della morte di Hitler scricchiola da sempre sotto il peso delle indagini che furono compiute in seguito. Il generale Eisenhower affermò che non vi erano prove conclusive né della morte né della fuga di Hitler e Truman chiese direttamente a Stalin alla conferenza di Potsdam se Hitler era morto a Berlino. Lui disse che era fuggito o in Spagna o in Argentina con un U-boot e continuò a sostenerlo fino alla morte. In effetti  la perizia necroscopica compiuta a Buch, vicino a Berlino sul presunto cadavere di Hitler fu un falso scientifico: i medici dissero che il cadavere esaminato aveva un testicolo solo, e un dente in più. Ma questo contrastava con quello che asserivano i medici che avevano esaminato Hitler nudo nel corso di molti anni e concordemente affermarono che era perfettamente normale, non era certamente monorchide. Dal 28 al 30 aprile 1945 vennero selezionati alcuni piloti fidatissimi della Luftwaffe, particolarmente abili, per creare un corridoio aereo tra Berlino e la Danimarca. In quei giorni diversi testimoni videro uno Junkers Ju 52, era guidato dalla più famosa pilota tedesca e preferita di Hitler, Hanna Reitsch, alzarsi in volo  dalla pista di Hohenzollerndamm. Sembra che il Führer sia partito in aereo verso la Spagna e da lì alle isole Canarie, o secondo un’altra teoria verso la Danimarca, dove l’attendeva uno degli ultimissimi elettrosommergibili U-Boot classe XXI, una macchina straordinaria e altamente sofisticata per l’epoca. Insieme a Hitler e a Eva Braun si pensa vi siano stati anche Hermann Fegelein, marito di Geli Braun, sorella di Eva. I file declassificati dell’FBI di Hoover contengono decine di dossier che confermano l’arrivo di un discreto numero di U-Boot sulle coste argentine. Alcuni si consegnarono al largo di Buenos Aires al governo di Perón  qualche mese dopo la fine della guerra, la notizia fu sui giornali di tutto il mondo. Già dal 1944 era stata organizzata una rete di fuga per gli alti vertici nazisti, concepita anche per mettere al riparo in Sud America oro e contanti per cifre astronomiche, da reinvestire in nuove aziende nel Nuovo Continente. Quella che diventerà famosa come rete “Odessa”, con l’aiuto del Vaticano dal 1945 procurò passaporti falsi e carte di identità vaticane e della Croce Rossa, con i quali era possibile richiedere i visti per paesi compiacenti del SudAmerica.

FUGA IN ARGENTINA: L’IPOTESI PIU’ PROBABILE

Tra l’agosto e il settembre 1945, i giornali di tutto il mondo riportarono notizie allarmanti e veritiere su U-boot giunti sulle coste argentine e consegnatisi alla marina di Peròn. Secondo Stalin, Hitler aveva raggiunto la Norvegia e da lì si era imbarcato su uno di questi verso l’Argentina. L’FBI decise di verificare immediatamente la fondatezza di tali ipotesi e inviò un discreto numero di agenti a Buenos Aires con il compito di creare una rete locale e di riferire ogni elemento interessante tramite radiogramma a Washington. Uno dei documenti più convincenti in mano al l’intelligence americano era relativo all’U-boot 977, che secondo la testimonianza (in anni successivi) di Helmut Maros, l’operatore radio di bordo,  tra il sei e il sette maggio era salpato per un lunghissimo viaggio, aggirando Scozia e Irlanda, verso l’America del sud, che raggiunse il diciassette agosto 1945 in condizioni miserevoli, con uniformi fradice e ammuffite, barbe lunghissime e malattie dovute al cibo raffermo. L’equipaggio si arrese e fu fatto prigioniero, accusato di nascondere Hitler. Inoltre, varie segnalazioni a Montevideo e nella parte meridionale dell’Argentina, la Patagonia, convinsero Hoover che la trappola era ormai pronta a scattare. Tuttavia, degli U-boot che raggiunsero l’Argentina, alcuni fecero perdere le loro tracce in quanto la Marina locale non poteva controllare migliaia di chilometri di coste. Senz’altro alcuni U-boot raggiunsero la punta più meridionale del territorio argentino, dove viveva già da tempo una fiorente comunità di tedeschi e organizzazioni come l’Odessa e Die Spinne, i cui membri erano ben inseriti nella comunità politica e aristocratica argentina, aiutavano i criminali di guerra a trovare una nuova vita al sicuro da processi e pene capitali. In Patagonia vi erano varie fattorie, sperdute nell’immenso territorio, alcune di esse si affacciavano sul mare; un documento del Bureau statunitense a proposito di una di queste menziona proprio tracce di copertoni d’auto che arrivavano sino alla spiaggia, impronte di persone arrivate dal mare e salite sull’auto che aveva portato i misteriosi personaggi ad una nuova vita. L’interpretazione dell’FBI fu chiara: criminali nazisti e probabilmente Hitler avevano raggiunto le coste argentine. Le successive operazioni negli anni ’50 e ’60 del Mossad, l’intelligence di Israele, portarono alla cattura di numerosi criminali nazisti in Argentina e sud America in genere, tra cui il famoso rapimento di Eichmann, il cui processo fu trasmesso da molte tv di tutto il mondo. Questo convinse l’opinione pubblica che Hitler poteva essere fuggito in Argentina e da lì chissà dove. E’ certo che molti criminali nazisti, nell’ordine di varie migliaia, raggiunsero la libertà in Sud America, ma se Hitler fosse nascosto in uno degli U-Boot o meno, non è per il momento possibile affermarlo. Quello che è certo, tuttavia, è la possibilità reale di una via di fuga, che per molti nazisti passò dalla Norvegia, per altri passò dal Brennero a Genova dove si imbarcavano per le coste Argentine, la Spagna o il Medio Oriente. Inoltre, in Argentina, Cile e Brasile esiste anche oggi una fiorente comunità tedesca, dove i figli e i nipoti dei criminali nazisti vivono tranquillamente nel meraviglioso scenario montano così simile alla foresta nera. La cittadina di Bariloche, per esempio, dove era vissuto Eric Priebke, è un universo separato fisicamente e culturalmente dalla nazione argentina, dove si parla tedesco, si beve birra tedesca e le case di legno hanno l’inconfondibile aspetto delle case tirolesi. I segnali e le scritte pubbliche sono in gotico e nessuno distinguerebbe questa zona da un qualsiasi villaggio della Baviera o dell’Austria. Un luogo bellissimo per chiunque ma specialmente per il capo del Partito Nazionalsocialista dove trascorrere gli ultimi giorni della sua esistenza.

In conclusione sulla morte di Hitler la verità non è così chiara anzi con l’apertura degli archivi tutte le possibilità tornano in auge, le prove rimaste comunque ci portano sulla via della fuga, chissà se un giorno conosceremo la verità.

(foto ed alcuni elaborati provengono da Internet)

DUILIO TAZZI

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