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SULMONA – Il passeggero non aveva acquistato il biglietto tanto da provocare perdita di tempo e discussioni ma loro opposero violenta resistenza dei confronti del capotreno, determinando l’interruzione del pubblico servizio, ovvero un ritardo sulla tabella di marcia di circa 45 minuti. Per S.D.L., 41 enne di Sulmona e M.L., 40 enne del posto, è arrivata oggi la sentenza di condanna a quattro mesi e quattro giorni di reclusione, emessa dal giudice del Tribunale di Sulmona, per i reati di violenza a pubblico ufficiale e interruzione del pubblico servizio, perpetrati in concorso tra loro. Stando al quadro accusatorio, che è rimasto solido nel corso del procedimento, il 12 maggio 2018 i due giovani sulmonesi hanno opposto violenta resistenza nei confronti del Capotreno del regionale 12102, in sosta nella stazione ferroviaria cittadina in attesa della partenza per Pescara, inveendo con minacce e tentando di colpirlo per impedirgli di compilare gli atti. Stando alla ricostruzione dell’episodio è emerso che i due avevano notato che il capotreno stava discutendo con un passeggero straniero che non aveva il titolo di viaggio al seguito, tant’è che era stato invitato a scendere dal treno. I due imputati sono quindi intervenuti ed è nato il parapiglia. Ad entrambi è stata contestata anche la resistenza al capotreno che determinò il turbamento della regolarità del servizio, provocando un ritardo di 45 minuti. Questa mattina si è quindi celebrato il rito abbreviato, scelto dall’avvocato Alberto Paolini, che ha portato alla condanna a quattro mesi e quattro giorni di reclusione di S.D.L. e M.L., dal momento che il giudice ha tenuto conto della scelta del rito e ha ritenuto più grave il reato di violenza a pubblico ufficiale. “E’ una sentenza che sicuramente appellerò dal momento che almeno uno dei miei assistiti era solo presente in stazione ma non partecipò all’aggressione come contestato dall’accusa”- ha detto il legale dei due imputati. Per il Tribunale si è trattato invece di un concorso di reato tant’è che i due sulmonesi si sono beccati la stessa condanna.

Andrea D’Aurelio

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