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L’AQUILA – “Il territorio di Paganica e San Gregorio, assieme a tutti gli altri attraversati dal metanodotto Snam, è pronto a fare le barricate, come sua nobile e consolidata tradizione, contro un’opera costosa, inutile, pericolosa e che porterebbe ad un impoverimento irreversibile, a beneficio dell’arricchimento di pochi”.

E quanto ha ribadito a chiare lettere Fernando Galletti, presidente dell’Amministrazione separata degli Usi civici (Asbuc) di Paganica San Gregorio, frazioni del comune dell’Aquila, nel corso della riunione che si è tenuta a Palazzo San Francesco a Sulmona, da parte dei sindaci e delle istituzioni del territorio, per ribadire la contrarietà al metanodotto Snam Sulmona-Foligno, che interesserà 17 comuni abruzzesi, e con avvio dei lavori previsti a luglio 2024. Riunione necessaria a mettere a punto e condividere le osservazioni poi inviate all’Area, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, che ha stabilito che occorre una consultazione pubblica che coinvolga i territori, come precondizione per il definitivo via libera alla mega opera, già approvata dal governo italiano lo scorso ottobre.

Le argomentazioni contro il metanodotto sono dunque state messe nero su bianco nei documenti, sia di carattere generale, sottoscritti dal presidente Galletti per conto dell’Asbuc, sia di carattere più mirato relativamente all’impatto, devastante, sul solo territorio di Paganica e San Gregorio, che dovrebbe essere attraversato dall’opera per ben 36 ettari.

Per quanto riguarda gli aspetti generali, nelle osservazioni si evidenzia innanzitutto che nonostante “la forte diminuzione dei consumi di gas rispetto a quelli di picco del 2005 di circa 18 miliardi di metri cubi, pari ad una riduzione del 21%, Snam continua ad insistere per la sua realizzazione”.

Del resto, si ricorda che “anche l’Eni e l’Anigas nelle loro osservazioni al Piano decennale Snam 2020-2029 hanno evidenziato la non necessità della realizzazione e parlano di ‘investimenti che non sono necessari a garantire il soddisfacimento della domanda nazionale’, visto che ‘con la funzione di incrementare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del resto d’Europa aumentando la sicurezza, i relativi costi devono essere opportunamente allocati ai Paesi che ne beneficeranno’ mentre invece ‘si farebbero gravare interamente sui consumatori italiani i costi sostenuti per investimenti i cui benefici verrebbero goduti da altri Paesi europei’. L’Eni stima poi i costi dell’intero progetto in 1,9 miliardi di euro, costi che “verrebbero recuperati in tariffa in 40-50 anni”, ma con il rischio di innescare per decenni una spirale di tariffe di trasporto crescenti”.

Pesa anche il fatto, si evidenzia del documento, che “nel 2022 l’Italia ha esportato oltre 3 miliardi e 200 milioni di metri cubi di metano, ovvero più della produzione nazionale. Il Paese che ha contribuito di più a realizzare questo risultato è stato la Norvegia, a seguire i tre impianti di gnl che sono passati da 9 miliardi a quasi 13 miliardi, e il Tap. Dall’Algeria, invece, sono arrivati solo 2 miliardi in più, mentre dalla Libia si è avuto un decremento. Come si vede sono stati soprattutto gli impianti situati al nord (Passo Gries e rigassificatori) a consentire il rimpiazzo del gas russo e non quelli del sud”, bacino in cui insiste anche il nuovo metanodotto.

La Snam dovrebbe poi spiegare in modo analitico perché “il costo dell’opera è aumentato nell’arco di due anni del 50%. Dal Piano decennale 2020 risulta infatti che il costo complessivo era stimato in 1 miliardo e 596 milioni di euro (di cui 1 miliardo e 406 milioni per il metanodotto e 190 per la centrale di compressione di Sulmona), mentre attualmente esso è calcolato in 2 miliardi e 400 milioni di euro. C’è da domandarsi a quanto arriverà il costo dell’opera quando essa sarà terminata, cioè alla fine del 2027, sempre che i tempi potranno essere rispettati. Anche volendo considerare gli effetti della crisi economica uniti a quelli derivanti dalla pandemia da covid ci sembra azzardato ritenere che essi siano tali da giustificare un aumento del 50%”.

Non si può non rimanere fortemente “sconcertati”, infine, “nel constatare che un’opera considerata strategica dovrebbe entrare in esercizio nel 2028, cioè in un’epoca in cui l’Italia dovrebbe, per un impegno assunto anche sul piano giuridico, ridurre sensibilmente l’utilizzo dei combustibili fossili”.

Passando dunque all’impatto sul territorio di Paganica e San Gregorio, nelle sue osservazioni l’Asbuc ricorda che i 36 ettari di terreno di uso civico interessati sono ubicati in una delle poche zone verdi e incontaminate della zona, sono classificati al Piano regolatore generale del comune di L’Aquila come zona agricola di rispetto montano.

Inoltre grave vulnus è rappresentato dal fatto che la Snam “non ha intavolato nessun tipo di dialogo, bypassando totalmente l’Asbuc, ed ha preferito contattare gli (ex) occupatori abusivi di una parte dei fondi in questione, i quali per definizione non avevano alcun titolo né diritto di disporre di tali fondi, che infatti sono stati prontamente reintegrati dalla nostra Amministrazione e, come anticipato, sono totalmente di sua proprietà. Nonostante questo, la Snam ha indennizzato i suddetti ex-occupatori abusivi, in parte con soldi pubblici”.

Oltre a questo, si segnala che “l’area interessata presenta notevoli criticità, prima fra tutte la presenza sui terreni interessati di faglie sismiche attive, tra cui la faglia Paganica-Pettino, la cui attivazione ha generato il terremoto del 6 aprile 2009, causando all’epoca notevoli danni alla rete idrica e alla linea del gas, le cui tubazioni sono state tranciate di netto dalla forza del sisma”.

Notevoli inoltre sarebbero i danni al livello di impatto ambientale e paesaggistico, data anche la forte vocazione turistica del territorio e tra le bellezze si segnala il santuario della Madonna d’Appari, risalente al XII secolo e dichiarato monumento nazionale nel 1902, che “verrebbe completamente deturpato dal passaggio dell’opera”.

Inoltre sarebbero di notevole entità i danni economici causati dall’attività agricola praticata su un’ampia porzione di terreni e in primis la coltivazione del tartufo.

“I terreni a vocazione tartuficola saranno totalmente attraversati dal metanodotto e la restante parte saranno oggetti di servitù per le distanze ridotte dal metanodotto e per il passaggio dei mezzi e del personale operativo”, si legge nelle osservazioni.

Del resto all’Arera l’Asbuc illustra anche l’esito di una perizia commissionata per la stima dei danni all’attività economica del territorio, di circa 42 milioni di euro “tenendo conto dei danni diretti alle coltivazioni, specialmente per quanto riguarda le tartufaie e il mancato guadagno della rivendita del raccolto e dei prodotti derivati, la perdita degli investimenti e del lavoro svolto nel corso degli anni, il mancato introito delle tasse che gli agricoltori pagano sull’autorizzazione al raccolto, la vanificazione di tutte le migliorie apportate dalla stessa Asbuc”

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