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“Non sono il solo e secondo la consigliera Nannarone, quindi, si dovrebbero prendere la distanze solo da me o anche da tutti gli altri?
La cultura dell’accusa facile non mi appartiene”. Con queste parole l’aspirante senatore, Massimo Carugno, replica alla consigliera comunale, Teresa Nannarone. Di seguito riportiamo la nota:

“La nota della consigliera Nannarone mi sorprende e non mi sorprende.

Mi sorprende perché, in quanto avvocato, dovrebbe tenere cari i principi, del garantismo giuridico, della presunzione di innocenza e dell’onere della prova che affondano le loro radici in una filosofia del diritto antica mille anni. Non mi sorprende perché è da tempo che in politica la consigliera Nannarone si rende paladina di battaglie infuocate e appassionate che si tramutano a volte però più in guerre contro le persone che difese di temi e argomenti.

Non condividere i metodi di Gratteri non significa arrendersi alle mafie o peggio ancora sposarne le finalità.

Il procuratore calabrese si è reso protagonista in questi anni di una lunga sequela di maxi indagini dai nomi suggestivi (Garden, Missing, Squarcio, Tamburo, Twister, Terminator 2, Terminator 4, Anaconda, Magnete, Telesis, Vulpes, Acheruntia, Nuova Famiglia, Doomsday, Drugstore, Apocalisse, Job center, Testa del serpente, Ouverture).

In tutte sono state disposte maxi retate di un numero rilevante di persone risultate poi del tutto estranee o innocenti.

Arrestare persone senza un minimo di indagine e senza uno straccio di prove che poi vengono prosciolte, o all’udienza preliminare o in primo grado, mentre i veri colpevoli vanno a spasso non è, a mio avviso, un buon metodo per combattere le mafie.

E l’accostamento della Nannarone a Falcone e Borsellino è del tutto improprio.

I due magistrati siciliani, al contrario di Gratteri, non facevano maxi retate alla cieca ma vagliavano profondamente la posizione di ogni indagato, persona per persona, e, solo dopo aver raccolto in lunghi e approfonditi studi e indagini prove, documenti, testimonianze, accertamenti patrimoniali e bancari, rapporti societari e imprenditoriali, legami esteri con organizzazioni di altri paesi, ne costruivano minuziosamente l’accusa e li portavano a processo certi di ottenerne la condanna. Tale metodo di indagine fu reso celebre dal lunghissimo periodo trascorso dai due magistrati all’Asinara, con le loro famiglie, per preparare la istruttoria di 8.000 pagine che il 16 dicembre del 1987 concluse il maxi processo di Palermo con 360 condanne e 2665 anni di carcere.

Tali indagini rappresentarono poi la base per le condanne a Riina e Provenzano e alle loro organizzazioni.

Roba ben diversa dallo spesso inefficace metodo Gratteri la cui spettacolarità ha contribuito a costruirne il mito ma che era ben lontana dalla riservatezza di Falcone e Borsellino che tutto facevano tranne che andare a caccia di gloria e trionfi.

Non sono il solo nel paese a non condividere i metodi di Gratteri a partire dal giornale sul quale scrivo, totalmente allineato su questa posizione, per finire a numerosissimi giuristi, tecnici, osservatori, opinionisti, politici e infine anche tra gli stessi magistrati. Del resto è recente la bocciatura, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, della nomina di Gratteri a Procuratore Nazionale Antimafia.

In occasione degli ultimi recenti arresti alla cieca di oltre 200 persone, il socialista Franz Caruso, Sindaco di Cosenza, avvocato e tra l’altro mio amico, sottolineava, qualche ora fa, i grandi malumori e dissensi espressi da numerosi esponenti politici in occasione della presentazione delle candidature del centrosinistra a Cosenza, tra cui la la parlamentare uscente del PD Enza Bruno Bossio e l’altro mio amico il socialista Gianni Papasso, sindaco di Cassano all’Ionio, candidato in quota Psi al collegio uninominale Corigliano-Rossano della Camera.

Anche in Calabria il procuratore Gratteri, quasi candidato con la Meloni a cui sembra essere vicino, non è molto condiviso negli ambienti politici e giudiziari.

Non sono il solo e secondo la consigliera Nannarone, quindi, si dovrebbero prendere la distanze solo da me o anche da tutti gli altri?

La cultura dell’accusa facile non mi appartiene.

Purtroppo è la solita disputa tra garantisti e giustizialisti ma, per la storia del socialismo e del riformismo che inizia con Turati, per le battaglie radicali di Marco Pannella, per la cultura della socialdemocrazia europea, io sono dalla parte giusta”

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