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La ragazza in strada si sbraccia per farsi notare dalla madre, ricoverata col Covid dietro uno di quei vetri, o almeno da qualche indaffarato infermiere. Passano le ore, invano. Così, al tramonto, lei sale sul tettuccio della sua auto e rimane lì: a sfidare il freddo e l’assenza di risposte, in una muta e plastica testimonianza d’affetto. Un signore vede la scena dalla sua finestra, si commuove e scatta una foto: abita davanti all’ospedale e ha visto la ragazza aggirarsi per tutto il giorno in cerca di segnali. Succede a Como, ma si replica ovunque ci sia un paziente non visitabile a causa del virus. La pandemia ha cambiato senso a tanti gesti. Salire sopra il tettuccio della macchina è uno di questi: prima era materia da bulli in vena di bravate, adesso è la scelta di una sentinella che monta la guardia a un sentimento che non si può definire, ma soltanto provare.

La ragazza sa che sua madre non si affaccerà e che nemmeno dal tettuccio le riuscirà di sbirciare un granché. Ma è l’azione in sé che conta, non i suoi esiti. E quell’azione spiega che l’amore è esserci, sempre, persino quando esserci è l’unica cosa concessa. Persino quando non serve a nulla, se non a ricordarci che c’è. Facendo dire a chi vede una foto come questa: chissà se io salirei sul tettuccio di una macchina per qualcuno, e chissà se qualcuno ci salirebbe per me.

Volevo iniziare con le riflessioni di Massimo Gramellini per introdurre questo scambio epistolare tra me, negativa al tampone, e la mia amica speciale, una gran donna, positiva al tampone che ha vissuto l’odissea dei ritardi della Asl. La chiamerò per convenienza Stella.

Cara Stella, quando Andrea, Mister 18, mi ha comunicato la sua positività al covid 19, oltre al dispiacere per lui, il mio pensiero si è accelerato. La prima preoccupazione è stata nei confronti dei miei anziani genitori. Il secondo verso colleghi e luogo di lavoro. Ovviamente non tutti i lettori sanno che io scrivo ‘per passione’ ma non sono una giornalista bensì un’infermiera. Già, il mestiere dell’anno!! Questo vituperato, maltrattato, bistrattato mestiere. Come tu ben sai amica mia, lavoro in una comunità psichiatrica dove, da fine febbraio 2020, abbiamo adottato tutte le misure preventive affinché i nostri pazienti  fossero al sicuro da forme di contagio. Non so se continuerà ad essere cosi da domani, so per certo che assieme ai sacrifici di milioni di italiani, ti assicuro che questi ragazzi sono stati sottoposti a sacrifici non da meno. Non hanno contatti se non con noi e videochiamate con le loro famiglie. Perché ti racconto ciò? Per due motivi: il primo è che in questa emergenza sanitaria non ho mai, e sottolineo, mai sentito parlare di pazienti psichiatrici, come se anche il covid stigmatizzasse la malattia mentale. Il secondo motivo è quello della mia preoccupazione se fossi stata positiva. Mi amareggiava pensare a tutti i sacrifici fatti dai pazienti vanificati se li avessi contagiati. A me, cara Stella, la chiamata della Asl è arrivata subito, comunicandomi che ero entrata in sorveglianza passiva e che il giorno dopo dovevo recarmi al drive in per il tampone. Quindi, da protocollo, potevo uscire solo per recarmi a lavoro. Fortuna ha voluto che in quei giorni ho avuto turni non difficili da gestire e tra la notte, lo smonto e il riposo sono rimasta tranquillamente a casa. Ma quando ho preso la macchina per recarmi a lavoro, era lo stesso giorno in cui attendevo l’esito del tampone. E l’ansia è cresciuta: non sapevo come comportarmi, se avessi potuto contagiare o meno gli altri. Ma la fortuna ha chiamato dopo circa un’ora di lavoro e mi ha comunicato la negatività al tampone. Ho avuto un lungo sospiro di sollievo e mi sono messa a lavoro serenamente senza dimenticare tutte le precauzioni. Già, le precauzioni”.  Mia cara Stella, ecco cosa mi ha insegnato questa breve esperienza: mai abbassare la guardia, mai superficialità, alto il senso di responsabilità poi se arriva arriva, ma ognuno di noi deve salvaguardare se stesso e gli altri in ogni modo e maniera. Ti auguro di uscire presto da questo tunnel, di stare bene. Ti abbraccio forte.

Amica mia, abbiamo condiviso ansie e attese, poi io sono entrata nel piccolo tunnel del virus e tu sei fortunatamente risultata negativa, ci siamo promesse di esprimere le nostre emozioni con uno scambio di lettere. Eccomi, vorrei riuscire ad essere breve e diretta perché tanto è stato detto e siamo anche nauseati dal Covid in tutti i sensi. Questa nausea è una nota forte del mio vissuto, il disgusto per odori e cibi ma anche per una malattia schifosa, subdola che impedisce di abbracciare una persona che sta piangendo, che ti mette sul banco degli imputati senza motivo, che ti appiattisce la vita. Questa pure è una sensazione forte, forse di tutte le malattie in realtà: sentirsi schiacciato, a due dimensioni, messo orizzontale senza poter vedere le cose da una prospettiva più vasta della tua camera da letto. Nella vita aiuta molto una visione dall’alto, invece quando sei nel pieno del virus “ci stai sotto” e non riesci ad essere pienamente soggetto finché non ti rimetti in piedi. Poi si sperimenta la dimensione dell’essere paziente e aspettare i tamponi con una condizione mentale il più possibile Zen. Ci vuole una buona manutenzione mentale in tutto il decorso, perché se si cede all’orrore, alla rabbia, alla fretta si scompensa. Non essere soli in casa aiuta tanto, ognuno fa il suo piccolo o grande sforzo, chi più ha più mette. Si fa squadra e si combatte insieme, l’uno per l’altro, piano piano si riprendono le forze. A quel punto è fondamentale avere una rondinella instancabile, pronta a rispondere ai richiami di cibo che provengono dal nido. Io ho avuto mia sorella, impagabile.

Le prospettive che si aprono per il dopo: andare di persona a fare la spesa. Tutto qui? Beh, quasi. Mi sono chiusa in casa da libera, ne esco da prigioniera, i limiti alla progettualità non finiscono con la sospirata fine della quarantena. Difficile mettere il naso fuori casa, perfino il libro sul centenario di Lola, che ci siamo dati tutti tanto da fare per terminare, quasi sicuramente non potrà “uscire” entro l’anno! I programmi, coltivati giorno dopo giorno, di andare a cena per festeggiare la liberazione, poi di andare almeno a camminare in un bosco vicino, ed infine, ove null’altro fosse possibile, di fare una passeggiatina al sole in campagna, al limite massaggio per la schiena dolorante sono stati frustrati, inesorabilmente, dai veti giorno dopo giorno sopraggiunti. Ma dalla mia convalescenza, non posso che comprendere le misure preventive del contagio e mi tocca tenere a freno, guardandomi intorno, qualsiasi lamentela: ne sono venuta fuori. Il  sollievo basterà a celebrare l’uscita da questa fase, così simile ad uno sgabuzzino senza finestre, dove la vita perde inevitabilmente un po’ di colore. Il mio respiro quando camminerò sulle strade muoverà le cime dei pioppi facendo cadere le ultime foglie gialle.

Intanto mi guardo intorno con uno stato d’animo sospeso, come se faticassi a riprendere contatto con questa realtà sociale, multiforme, reattiva, opaca.

 Non mi sembra che questo virus stia portando evoluzioni psicologiche, spirituali o antropologiche, piuttosto c’è un senso diffuso di regressione alle necessità primarie, una discesa dei gradini della scala di Maslow, come osservava stamattina un mio amico.

Eppure, intorno a me ci sono persone che non hanno smesso di studiare, che fanno sacrifici per sostituire colleghi malati, che affrontano chiusure di attività e sacrifici economici, che pregano per la vita degli altri, che si sottopongono a turni massacranti, che mantengono, senza potersi incontrare, una storia d’amore, una relazione a distanza con un genitore ricoverato, si laureano, mettono al mondo figli, rischiano la vita. Ma, in questo periodo storico, tutto assume il sapore di una necessità, di una lotta a testa bassa per la sopravvivenza, è come se la dimensione del piacere fosse scomparsa. Questo davvero ricorda l’atmosfera incombente del tempo di guerra e fa crescere forte la voglia che questa cupola si sollevi e che il cielo si apra.

Dalla mia postazione in camera da letto, ho cercato, come ho visto fare anche a te, di continuare a creare collegamenti, scambi, di essere il perno, sia pure immobile, di tante situazioni circostanti. La mia fiducia nell’essere umano è tutt’altro che cieca, ma è temprata, capace di speranza, sempre. In fondo siamo noi, ogni giorno, che decidiamo il livello dove collocarci.

Amica mia, avanti così, appena guarita può darsi che, almeno per qualche giorno, la malattia mi farà guadagnare la possibilità di scambiare gli abbracci che tanto mi piacciono. Ti terrò informata e ne usufruiremo. Promesso.

 

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