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SULMONA – Natale nell’immaginario collettivo è casa. E’ la festa del calore del focolaio. Ma come la vive questa festa chi un focolaio non ce l’ha? Ne sanno qualcosa Francesca e Giovanna, nomi di fantasia, due donne che stanno lottando da tempo contro l’emergenza abitativa e l’indifferenza dei propri cari. La prima risiede in Alto Sangro. L’altra è peligna doc e da circa due mesi è stata costretta a dormire in auto o a cercare alloggi di fortuna. Ma andiamo con ordine. Francesca ha 66 anni. E’ sola e percepisce una piccola pensione di invalidità di 280 euro al mese. Con tale somma, deve sostenere le spese di utenze e fare anche la spesa. Da 23 anni è in graduatoria per un alloggio popolare. Circa sei anni fa, era posizionata, al primo posto. Purtroppo, l’abitazione non era disponibile e dunque, è stata sistemata, in via provvisoria, in una casa di proprietà del Comune. Si tratta di un piccolo appartamento, a piano terra, con le pareti che presentano problemi di umidità, persistente. Qui, dopo il divorzio con il suo ex marito, ha vissuto con due figli piccoli, diventati ora maggiorenni. Qualche settimana fa è arrivata l’assegnazione di una casa popolare, con una sola finestra, nella parte alta della cittadina di Castel di Sangro, raggiungibile, a piedi, da una lunga scalinata. La 66 enne, suo malgrado, ha dovuto rinunciare, in quanto affetta da problemi respiratori e di mobilità agli arti inferiori, dopo aver subito tre interventi chirurgici alla schiena. <<E’ assurdo che per ottenere un mio diritto devo rivolgermi ai giornali e alle televisioni- afferma la donna con gli occhi bagnati di lacrime. – Nel contratto di locazione, c’è scritto che io sono provvisoria. Ma dal 2017, non è cambiato nulla. Con 280 euro mese, non riesco a sopravvivere pagando anche l’affitto di una casa”. Giovanna, residente in Valle Peligna, ha 50 anni e dallo scorso 6 ottobre si è ritrovata fuori casa dopo lo sfratto esecutivo notificato dall’ufficiale giudiziario. La donna viveva nell’abitazione del padre dopo la morte della madre. E’ erede assieme a fratelli e sorelle ma non ha firmato il contratto di comodato d’uso per un altro grave lutto che le ha causato nocumento e gravi problemi sul piano psicologico. Così è stata attivata dai congiunti la procedura legale che ha portato allo sfratto. Due mesi di sonno in auto o a casa di amici fino a quando la combinata influenza-Covid l’ha fatta rientrare temporaneamente in casa. “Non ho mai messo un diritto di proprietà sulla casa. Ma è davvero assurdo ritrovarsi uno sfratto per l’abitazione di famiglia che poi è anche mia”- commenta la donna. Non proprio un Natale da incorniciare per entrambe. Due storie che rimettono al centro dell’attenzione l’essenzialità ma anche l’importanza di accorciare le distanze. In questo 25 dicembre, dopo gli anni duri della pandemia, è possibile. Si può accorciare le distanze con chi vive il Natale nella solitudine, nel vuoto interiore, nel rancore. Con chi deve metabolizzare il dolore e la verità. Si può accorciare le distanze con quanti non hanno una casa e hanno perso il lavoro. Si può accorciare le distanze con le persone lontane e vicine perchè l’uomo è chiamato a dividere i beni e non i beni a dividere l’uomo. Si può accorciare le distanze con l’operatore socio-sanitario reclutato tramite agenzia sempre più teso per il proprio futuro. Eppure queste figure durante l’emergenza sanitaria sono servite per gli scopi aziendali. Si può accorciare le distanze anzichè rimanere indifferenti. Soprattutto con uno scenario di guerra dietro l’angolo. Che sia un Natale di serenità e prossimità. L’aggiornamento in tempo reale delle notizie, fatta eccezione per quelle di interesse pubblico, torna il prossimo 27 dicembre.

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