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 In questa straordinaria situazione di emergenza Covid-19 e dalle misure di contenimento, molte persone si trovano a vivere da sole, lontane dalle famiglie di origine o dalla cerchia di amicizie, oppure troppo vicine, tutti insieme (come non era forse mai successo).  Inoltre, la chiusura dei contesti scolastici, assistenziali di base, commerciali e lavorativi può generare momenti di stress per il senso di precarietà per il futuro, difficoltà nella gestione dei figli a casa, con gli obiettivi scolastici e di apprendimento affidati ai genitori; difficoltà nella gestione delle giornate di convivenza in coppia; difficoltà nella cura delle persone anziane o fragili; difficoltà emotive derivanti dal proprio ruolo lavorativo, soprattutto se implicato nella gestione dell’emergenza sanitaria o sociale riguardante Covid-19; preoccupazioni legate all’interruzione e/o alla sospensione della propria attività lavorativa, riguardanti il presente e il futuro … E molto altro.

In altre parole, ognuno è esposto a condizioni lontane rispetto alla propria visione esistenziale e questo risulta un ulteriore fattore di disagio e/o malessere a livello psicologico, così come molta letteratura scientifica sul tema sta ormai dimostrando da anni che esiste un pericolo sanitario, ma esistono anche pericoli psicologici derivati dall’emergenza sanitaria stessa, nonché dalle misure adottate per contenerla o rallentarla. Non possiamo ignorare questi aspetti.

Lo chiediamo al dottor Michele Beatrice, psichiatra e dirigente sanitaria di una comunità psichiatrica.

Dottor Beatrice, esiste un pericolo psicologico derivante dall’emergenza sanitaria stessa, nonché dalle misure adottate per contenerla o rallentarla?

Gli sconvolgimenti di quella che forse sarà ricordata come la “prima pandemia” del XXI secolo sono tanti. Economia, salute, assetti sociali e politici ma anche, e se ne parla ancora poco, gli effetti sulla psicologia delle persone. Il nostro mondo è cambiato e alcuni cambiamenti forse saranno definitivi, seppur siamo costretti a pensare che tutto tornerà come prima. Ovviamente nella popolazione sono tragicamente aumentate le sindromi ansiose e le depressioni, tra chi vive difficoltà economiche, relazionali, l’angoscia dell’ammalarsi, il quotidiano bilancio di deceduti, ammalati, ricoverati.

Dallo scorso mese di marzo siamo abituati al “ bollettino di guerra”  che i media ci propongono continuamente. Assistiamo alle diatribe quasi calcistiche tra esperti o presunti tali. In cerca di rassicurazioni troviamo invece cascate di dubbi e alla fine ancora più angoscia non potendo riferirci a fonti di sapere certe. La prima pandemia sarà ricordata anche per quella più politicizzata ove finanche le mascherine hanno assunto connotati di partito.

Nello specifico, a cosa è esposto ognuno di noi in questo momento? 

Quello che si avverte, tra le altre cose, è l’assenza quasi totale della gioia. Un’emozione ora così fuggitiva che non è facile trattenerla o contemplarla: si allontana da noi, si frantuma e svanisce. In questa pandemia la gioia non ha il tempo di nascere lacerata da un “ taedium vitae” che oramai dilaga nelle anime. Tutto sembra svilito dalla caducità del quotidiano, in perenne attesa di qualcosa paventando la malattia per sé e per i propri cari.

Una dimensione di sospensione del tempo in attesa di qualcosa: una cura, un vaccino, un colore meno acceso del proprio territorio per potere tornare a lavorare, frequentare e in fondo esistere. E’ ovvio che le ansie e le angosce aumentino e dove non erano presenti si materializzino. I danni si valuteranno nel tempo, soprattutto nei più giovani e nei bambini particolarmente per il deficit di relazioni ed emozioni condivise.

Il Covid-19 mette il malato, la sua famiglia, il personale curante di fronte al rischio di morte, caricando di ulteriore angoscia i vissuti di malattia, bisogno, fragilità. In questo caso, la morte è diffusa, reale, possibile e tale condizione risulta “spaventante” per ognuno, disorganizzando i pensieri, i sentimenti ed emozioni, il comportamento, fino alla possibilità di generare uno stato depressivo “appreso”, legato alla sensazione di non avere alcun controllo e/o potere sulle possibilità legate alla guarigione.

Secondo lei, quando quest’onda lunga del Covid-19 scenderà, ci sarà all’orizzonte un’altra onda lunga: quella del malessere e del disagio psicologico?

Ora sembra che tutti attendano l’annuncio della “ fine della guerra” come al termine della II guerra mondiale, ma questo annuncio non ci sarà perché il Covid sarà lentamente confinato in un angolo da terapie e vaccini e impareremo a convivere con questa che sarà infine una della tante malattie che gli umani possono contrarre e dalla quale devono vaccinarsi.

Dopo un così lungo periodo di anedonia e umore deflesso reagiremo con una sconfinata necessità di gioia e piacere: forse un nuovo Rinascimento. Speriamolo.

Ancora più gravi le conseguenze per le persone con sofferenza mentale, come anche per anziani e disabili. Proprio in questi giorni è stata diffusa dall’Oms la guida “Covid-19”, che indica tra i servizi essenziali da garantire quelli per la salute mentale, che riguardano ogni anno in Italia circa 900 mila persone.

D- Lei è Dirigente Sanitario della Comunità Psichiatrica sita ad Anversa degli Abruzzi, non crede che in questa pandemia i veri ‘invisibili’ sono stati loro, i pazienti psichiatrici?

Le persone affette da disturbi psichiatrici maggiori come la psicosi hanno reagito meglio all’incubo Covid dei cosiddetti normali. Il motivo è che l’emozione gioia è già spenta nei nostri pazienti all’esordio della malattia: il sintomo anedonia , ovvero l’incapacità nel provare piacere, fa parte della psicosi come la febbre fa parte dell’influenza. Il peso della pandemia e delle sue conseguenze ci ha reso più vicini al sentire dei nostri pazienti gravi, e forse possiamo capirli meglio condividendone un aspetto. L’assenza di prospettiva, di futuro, di piacere del quotidiano e infine la sospensione del tempo.

D- Come siete riusciti a gestire i vostri pazienti?

In una struttura residenziale per pazienti psichiatrici come Il Castello, non abbiamo avvertito tanto la sofferenza dei nostri utenti, ripeto, purtroppo già poco inclini alla gioia del quotidiano; bensì la necessità di proteggerli dall’infezione separandoli il più possibile dal contatto con le persone esterne e sottoponendo il personale a periodici controlli oltre alla massima igienizzazione degli ambienti. Curare un paziente psichiatrico non significa solo proporre terapie ma anche “proteggere” da se stessi e dagli altri, quindi anche dalle condizioni ambientali potenzialmente lesive. Ci stiamo provando e speriamo di continuare.

 

 

 

 

 

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