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Fox Sports trasmetterà la diretta dell’Italian Bowl 2016 e, oltre alla forza del canale Sky, ci sarà la garanzia del commento di una delle voci più amate del mondo del football italiano e cioè Roberto Gotta, che di Super Bowl negli Stati Uniti ne ha vissuti a decine, così come di avvenimenti legati agli sport americani. Roberto accompagna gli spettatori di Fox Sports anche per le vicende di baseball Pro e basket universitario. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa…

La tua esperienza di commentatore tv: come è iniziata e, se prima volta non con il football, come è stata la prima con il football?

«Sinceramente non ricordo quale sia stata la mia prima telecronaca. Probabilmente di basket perché ne ho fatte tante tra il 1990 e il 1992, ma nel 1990 ho fatto anche la prima di football: il Super Bowl italiano giocato a Rimini e vinto dai Rhinos 33-6 sui Frogs, con Fine Unga dominatore. Era per Rete7, la più grande emittente dell’Emilia Romagna, ed ero da solo. Non vorrei confondermi con altri Italian Bowl giocati a Rimini, ma se non ricordo male prima di quella partita i giornalisti premiarono in campo Giovanni Colombo, il leggendario leader dei primi anni del football italiano organizzato. Poi non ho più fatto football fino al 2008, quando una telefonata di Valerio Iafrate della Rai, per chiedermi se fossi interessato a fare la NFL per Raisport, davvero mi cambiò tante cose».

Come è nata la tua passione per il football?

«Come per tutti quelli della mia generazione, decisivi alcuni fattori: prime telecronache sui canali Mediaset; arrivo nelle edicole italiane della versione internazionale del quotidiano USA Today; inizio della trasmissione notturna non-stop della CNN su Telemontecarlo (sostanzialmente a fine palinsesto di TMC invece del monoscopio c’era la CNN, e ogni tanto vedevo i notiziari sportivi); prime riviste (ricordo SPORT che per me era molto bella). Contrariamente a molti però non avevo mai visto “Bulldozer”, il film con Bud Spencer in cui il football in qualche modo è molto presente, né “Quella sporca ultima meta”. Avevo visto “Il Paradiso può attendere”, ma sinceramente non rammento molto. Ricordo però quel torneo tra squadre che portavano i nomi di quotidiani italiani, e curiosamente anche una foto di un training camp NFL degli anni Settanta comparsa su un quotidiano perché sullo sfondo c’era un grande incendio e la foto in sé era curiosa: giocatori in campo e fumo a coprire gran parte dello scenario. Nel 1983 andai a vedere le prime partite a Bologna, anche perché abitavo a 500 metri dalla Lunetta Gamberini dove giocavano Warriors e Doves. Mi piacque molto, e contestualmente pensai: “è uno sport che non riuscirei mai a fare”. Due settimane dopo, visto un volantino dei nascenti Towers Bologna, che si allenavano in pantaloncini corti e zero attrezzature (ma qualche pallone) in un parco non lontano, cambiai idea. Ho tenuto botta (“giocato” sarebbe parola grossa) un anno di Serie B, vinta, e due anni in Serie A poi non ho più saputo armonizzare i tempi per lo studio, per i primi lavori e per il gioco. Ma la passione non va più via, anche se è costretta a mille compromessi».

La differenza tra il commento di uno sport “per tutti” e di uno meno conosciuto in Italia e pieno di termini tecnici stranieri?

«Io ho un principio: non scontentare gli esperti ma farsi capire da tutti. Raramente dico “sack” senza aggiungere “placcaggio del quarterback” o “holding” senza dire “trattenuta illegale”, e le soddisfazioni migliori vengono tutte da chi mi dice: “non ci avevo mai capito nulla ma spiegavate bene e allora ho continuato a guardare”. Non mi piace chi in ogni settore parla per ricevere applausi da una manciata di super-tecnici e non si fa capire dalla maggioranza. Dopo un po’ si diventa autoreferenziali e si perde contatto con la realtà».

Il football italiano. C’è una ricetta perché possa avere ancora più spazio sui media e comunque cosa si può fare di più?

«Col passare del tempo è diventato tutto più difficile per tutti. Finché c’erano poche testate giornalistiche, tv o radio o stampa che fosse, ogni passaggio era oro che colava e portava frutti: ora sono aumentati in modo mai visto gli sbocchi giornalistici ma non sono sicuro che il frazionamento in generale serva a diffondere uno sport o qualsiasi evento. Bisogna tenere duro e non scoraggiarsi, senza farsi illusioni, ricordando sempre che un bel messaggio non basta, bisogna anche che ci sia chi vuole capirlo, o è in grado di farlo».

L’Italian Bowl 2016 sempre più vicino. Rhinos favoriti come ha decretato la stagione regolare o c’è spazio anche per altri?

«Diciamo che persone bene informate dei fatti mi dicono che si parte dai Rhinos e tutte le altre vengono dopo. In generale mi piacciono le novità e ho avuto piacere nel vedere ad esempio Aquile e Guelfi ai playoff, anche se poi in semifinale ci sono solo squadre del Girone Nord. Secondo me è molto importante l’equilibrio e il veder premiato il lavoro fatto, dà la spinta per continuare».

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